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L’Unione bancaria europea, una sfida per un’Europa più unita

banking-uniondi Giuseppe Paccione – Dopo la creazione della moneta unica europea, id est l’euro, e, dunque, l’adozione di una politica monetaria unica nell’Eurozona, di una sola banca centrale europea, Bce, l’UE ha deciso di realizzare, in maniera celere, l’Unione bancaria europea – che indichiamo con l’acronimo UBE. Essa ha come obiettivi quelli di spezzare il legame tra il rischio-Banca e il rischio-Stato; di proteggere, sine die, il risparmiatore; di garantire l’uniformità delle condizioni del credito in un mercato bancario europeo molto frammentato, con le aziende italiane che pagano tassi d’interesse alle banche italiane più alti di quanto non facciano le aziende tedesche con le banche del proprio Stato. L’UBE è un processo complesso. Porterà alla nascita di nuove istituzioni o nella rivisitazione dei compiti di vecchie istituzioni.

L’UBE richiede di una singola istituzione europea di controllo e vigilanza sulle principali banche europee. Quest’organo di controllo si chiamerà SSM (Single supervisory mechanism). Il suo compito è affidato al momento alla BCE tramite una sua divisione ben separata dalla politica monetaria; l’SSM applicherà regole uniche di valutazione degli asset bancari, dei ratios patrimoniali e dei rischi nei bilanci bancari; in questa chiave va letta l’AQR (asset quality review), la valutazione degli asset delle principali banche europee che verrà effettuata  dalla Bce applicando criteri comuni. In questo processo, il ruolo dell’ EBA (European banking authority) potrebbe essere ridimensionato alla stesura dei dettagli tecnici di controlli stabiliti dalla Bce.

 Per fare funzionare l’UBE sarà stabilito un sistema comune per ciascuno Stato membro dell’Eurozona, ma anche nell’UE che consenta di aiutare o smantellare una banca in difficoltà, di salvarla ed evitare il suo fallimento, seguendo un meccanismo trasparente, semplice, netto, veloce uguale erga omnes. Questo sistema è stato battezzato SRM (Single resolution mechanism); la governance di questo istituto è ancora tutta da discutere. Va determinato il modus di voto, tenendo presente che alcuni Stati hanno più e pesi molto elevati di altri, e le procedure di raccordo con gli ordinamenti nazionali e con gli Stati.

 In futuro, grazie all’UBE, nessuno Stato europeo rischierà di fallire per colpa di un crack bancario. Questo rafforzamento strutturale della solidità degli Stati e del sistema bancario dovrebbe portare all’armonizzazione delle condizioni del credito, all’annullamento del bias negativo nazionale, alla fine del legame tra banche e Stato e all’annullamento del contagio delle crisi che da interne diventano internazionali. L’autorità di vigilanza unica e i nuovi requisiti di capitalizzazione dovranno funzionare come interventi preventivi, messi in atto per prevenire e quindi evitare il fallimento delle banche. Tuttavia, non si può escludere a priori il tail risk, il rischio di un evento straordinario capace di far saltare tutti gli schemi: per questo, l’Europa sta decidendo come intervenire per sostenere le principali banche in difficoltà oppure per smantellarle.

 Per prima cosa, il conto finale non sarà più a carico dello Stato e quindi dei contribuenti. Non sono previsti, almeno per ora, interventi a fondo perduto dello Stato. Il primo passo sarà quello del bail-in, una quota di perdite sarà distribuita presso i creditori privati fino all’8% degli asset della banca in difficoltà (azionisti, sottoscrittori di obbligazioni subordinate, forse detentori di senior bond e di depositi oltre i 100.000 euro). In seconda battuta, è previsto l’intervento del fondo di risoluzione a livello nazionale (costituito con versamenti dalle banche) oppure del fondo di risoluzione europeo chiamato SRF (Single resolution fund), costituito con i versamenti delle banche. La dote di questo fondo europeo, infatti, dovrebbe essere costituita con le risorse provenienti dai fondi di risoluzione nazionali: operativo a regime dopo dieci anni di versamenti per un target totale di cinquantacinque miliardi di euro. La dimensione del suo intervento, caso per caso, è stimata attorno al 5% degli asset della banca in difficoltà. Se le risorse dello SRF non dovessero essere sufficienti, la gestione della crisi bancaria prevede una rete di sicurezza, una specie di paracadute, un backstop comune europeo finanziato con risorse pubbliche (i soliti contribuenti) oppure con il MES, il meccanismo europeo di stabilità. Il backstop sarà attivato fin dal primo giorno di vita dello SRF, nella fase transitoria di costituzione del fondo che durerà dieci anni, dopo l’operatività a pieno regime del fondo di risoluzione europeo. Lo SRF potrebbe essere garantito dagli Stati membri dell’UE: la garanzia permetterà al fondo di finanziarsi sul mercato e di ottenere un prestito-ponte quando a corto di liquidità a cospetto di crisi bancarie pesanti. In tutti i casi, che riceva aiuti extra da Stati, dal MES o mercati, resta il fatto che il fondo di risoluzione dovrà rimborsare i prestiti ricevuti, con i contributi provenienti dallo stesso sistema bancario, ovviamente quello sano.

 ***

paccione(*) Giuseppe Paccione è Dottore in Scienze Politiche, Esperto di Diritto internazionale e dell’UE, di Diritto diplomatico e consolare, corrispondente della testata giornalistica La Gazzetta Italo-brasiliana, redattore per il Corriere di Puglia e Lucania e per il trimestrale Pubblica Sicurezza della UIL Polizia di Stato.

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