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#euroausterity, Stefano Fugazzi: ecco come fermare l’economicidio delle PMI

Di seguito riportiamo il testo integrale dell’intervento del Dott. Stefano Fugazzi  in occasione del convegno #euroausterity organizzato da ABC Economics e tenutosi sabato 11 ottobre presso la University of Westminster.

Buon pomeriggio a tutti.

È un piacere ritrovarsi qui alla University of Westminster e avere l’occasione di rivedere molti amici e conoscenti, alcuni dei quali, come Jean, che non vedo dallo scorso 25 gennaio quando ABC Economics co-organizzò il convegno “Oltre l’euro per una nuova Europa” alle LSE con i professori Claudio Borghi e Antonio Maria Rinaldi. Ringrazio Marco Pietrini, che ho conosciuto di recente e che penso abbia indubbiamente aggiunto valore al dibattito illustrando i risultati della sua ricerca sulle PMI italiane. Un ringraziamento speciale va ovviamente a Daniele Gatti “per avermi messo la pulce nell’orecchio” suggerendomi di abbinare la presentazione del mio nuovo saggio ABC Italia alla prèmiere internazionale del documentario “Il più grande successo dell’Euro”.

Diversi di voi hanno già avuto modo di prendere parte – qui a Londra – a una serie di eventi durante i quali ho illustrato per sommi capi i contenuti del mio ultimo lavoro e quindi nel corso dei prossimi dieci minuti cercherò di illustrare alcune soluzioni mirate a rivitalizzare l’Eurozona, e nella fattispecie le piccole e medie imprese, cioè le PMI, proposte, quelle che illustrerò, aventi come obiettivo quello di rilanciare la domanda aggregata e, in ultima analisi, il PIL.

Permettetemi una piccola digressione, che però credo sia necessaria e quindi attinente all’ordine del giorno. Vorrei brevemente mettere i puntini sulle “i” , ecco, su una questione tanto cara all’Europa e trasformatosi in un vero e proprio tormentone, cioè quello che è diventato a tutti gli effetti il “mantra economico” del XXI secolo, ossia l’imperativo del “dovete fare le riforme, costi quel che costi”. Ora. Visto che in fin dei conti sono un classe 1980, chi è più anziano di me magari lo può confermare, correggetemi se sbaglio, ma è da quando sono ragazzino che leggo e sento che “l’Italia deve fare le riforme”, in primis quella del mercato del lavoro (e in secundis quella delle pensioni, una questione annessa ma che però non affronteremo in questa sede).

Quella del lavoro la possiamo ribattezzare “la riforma delle riforme” oppure “l’unica riforma che non abbiamo mai fatto”. Eppure se uno fa anche una banale ricerca su Google, scoprirà che, per esempio, in Italia il mercato del lavoro è già stato riformato più volte nel corso degli ultimi anni. Vedere per credere:

  • La legge 196/1997, anche nota come Pacchetto Treu, che intraprese il cammino della flessibilità in entrata.
  • La Legge Biagi del 2003 che impose ben 46 configurazioni contrattuali di lavoro. E infine
  • La Legge 92 del 28 giugno 2012 – nota ai più col nome di “riforma Fornero

E – qui chiudo questa breve digressione – caro Renzi e cara Madame Austérité, ci volete convincere del fatto che solo una volta riformato il mercato del lavoro si creerà paradossalmente occupazione e crescita!

Eppure, caro Renzi e cara Madame Austérité, la realtà è ben altra: per combattere la disoccupazione, che è poi il rovescio della medaglia della suddetta questione, vi è una e una sola soluzione, cioè aumentare la domanda aggregata.

Dovete capire che a Roma e a Bruxelles possono orchestrare tutte le riforme del lavoro possibili ed immaginabili, possono anche introdurre tipologie di contratto “tira e molla” e ultra-elastiche, ma se poi non si forniscono alle aziende, e nella fattispecie a quelle più piccole, gli strumenti per investire; se alle PMI non arriva la liquidità e se non si abbatte il cuneo fiscale che grava su cittadini, aziende e lavoro, non si creerà mai economia di consumo, non crescerà mai l’output e quindi per forza di cose non si creerà neppure occupazione.

Volendo schematizzare all’inverosimile la questione: meno occupati significa avere un minor numero di contribuenti e quindi potenzialmente un minor gettito fiscale; significa avere una minore domanda aggregata; significa avere meno PIL e quindi, tra annessi e connessi, anche più deficit e più debito pubblico. E se allo stesso tempo, tu cara Europa e tu cara Madame Austérité, ci richiedi il pareggio di bilancio e contestualmente di ridurre il rapporto debito/PIL al 60% in 20 anni – leggasi Fiscal Compact – capite benissimo che sarà impossibile uscire da questo vicolo cieco.

Ergo il motivo per cui quello che serve realmente all’Italia e all’Europa non è la riforma del lavoro, bensì quella del credito e della fiscalità. E allora cerchiamo di capire come agendo sul credito e sulla fiscalità si può venire incontro alle necessità delle Piccole e Medie Imprese, le PMI, che corrispondono al 99% delle realtà aziendali attive sul territorio europeo.

Piccola parentesi. Salvaguardare le PMI significa tutelare il tessuto produttivo italiano ed europeo. Non solo perché le PMI corrispondono al 99% del totale, ma anche perché le piccole e medie imprese hanno un’importanza economica più che proporzionale rispetto al loro peso e pertanto costituiscono il principale motore della creazione di nuova occupazione.

E poi, e questo è un altro dato avente una certa rilevanza, le PMI sono uno dei motori con cui si creano e si diffondono l’innovazione e la conoscenza, due elementi che, guarda a caso, incidono significativamente sul Prodotto Interno Lordo, cioè il PIL, di una nazione.

Chiusa questa parentesi, non intendo annoiarvi oltremodo facendo una carrellata di tutte le proposte “salva-PMI” e “salva-Italia” illustrate nel mio ultimo saggio ABC Italia perché si occuperebbe troppo spazio e invece vorrei ritagliare un po’ di tempo da dedicare poi al dibattito, alle vostre domande ed opinioni in merito al documentario che abbiamo appena visionato.

Sappiate – e i tanti di voi che hanno già letto ABC Italia lo possono confermare – che il mio ultimo saggio è un concentrato di proposte; proposte che prendono in esame il nodo della riforma del mercato del credito nel tentativo di slegarlo dal circuito bancario unitamente alla ripubblicizzazione della Cassa depositi e prestiti e di Banca d’Italia passando poi per quelle iniziative che io definisco “settoriali” e pertanto aventi come obiettivo quello di rilanciare i comparti primari, secondari e terziari, e (laddove possibile) coniugandoli e quindi legando, per esempio, l’agricoltura al turismo, ma anche l’industria manifatturiera alla moda.

In questa sede mi limito a illustrare due iniziative: una da attuare in sede europea, sponda BCE, e una a livello domestico.

E siccome ci dicono che dobbiamo pensare da europei, benissimo: partiamo proprio dall’Europa iniziando col chiederci che cosa possa essere fatto concretamente a livello comunitario per rivitalizzare le PMI del Vecchio Continente.

Tra le varie proposte “salva PMI” da attuare in sede europea da me elaborate e/o illustrate in “A.B.C. Italia”  vi è quella relativa a una LTRO, acronimo di “operazione di rifinanziamento a lungo termine”, a favore delle Piccole e Medie Imprese.

Nel maggio 2012 sulle pagine di Investire Oggi, un portale di approfondimento economico, illustrai sommariamente una mia proposta in base alla quale la BCE avrebbe prestato liquidità agli istituti di credito dell’Eurozona ponendo una condizione vincolante: ogni euro ricevuto da Francoforte attraverso un ipotetico LTRO «salva economia reale» dovrebbe essere impiegato per aprire linee di credito a lungo termine (a 5 e a 10 anni) a favore delle PMI a tassi d’interesse pari o prossimi al costo del denaro.

Questa proposta è stata successivamente ripresa e migliorata, a mia insaputa, da Gianpiero Samorì dei Moderati in Rivoluzione, il MIR, nell’estate 2013 sotto forma di progetto di legge di iniziativa popolare; proposta, quella di Samorì, che richiede agli istituti di credito di concedere affidamenti a favore di famiglie e imprese per un importo complessivo pari ad almeno il 50 per cento di quanto ricevuto dalla Banca centrale europea.

L’aspetto interessante del provvedimento – e qui caro Mario Draghi dovresti prendere carta e penna e quindi degli appunti, altro che il tuo Tltro! – dicevo, l’aspetto interessante del provvedimento disegnato da Samorì consiste nell’introduzione di una penale pecuniaria per quegli istituti di credito che vengono meno a questo obbligo; penale da destinare a un fondo denominato “Salva Casa” avente come obiettivo quello di venire incontro alle necessità di quei privati con rate di mutuo scadute e non pagate, e relative ad immobili per cui è pendente una procedura di espropriazione.

Un’altra proposta che vorrei descrivere a grandi linee è quella relativa a un provvedimento di stampo neokeynesiano cioè quella dei Certificati di Credito Fiscale, i CCF. La proposta è stata articolata da Marco Cattaneo nel suo saggio “La soluzione per l’Euro” pubblicato nel marzo 2014 e che – tra l’altro – ebbi modo di descrivere già a grandi linee nel mio primo saggio Idee per l’Italia del 2013 e che ho poi articolato meglio nella edizione aggiornata di ABC Italia.

Molto brevemente. Che cosa sono i CCF? Sono degli abbuoni fiscali equiparabili a moneta complementare. In base alla proposta, i CCF sarebbero utilizzabili dai soli residenti; verrebbero assegnati gratuitamente dallo Stato ai lavoratori (dipendenti ed autonomi) e ai datori di lavoro per onorare il pagamento di imposte, stipendi, contributi pensionistici e ticket sanitari.

Come un qualsiasi Titolo di Stato o bond, i CCF hanno una scadenza, in questo caso fissata a due anni, e qualora necessario possono essere monetizzati (applicando un piccolo tasso di sconto) e quindi convertiti in euro.

La proposta prevede l’emissione di uno stock di CCF pari a circa 200 miliardi di euro e in base alle stime riportate da Cattaneo nel suo saggio, l’emissione di questo strumento determinerebbe un incremento del PIL pari a 260 miliardi.

Sicuramente quella dei CCF è una soluzione a mio avviso interessante che può produrre dei benefici nel breve termine ma che non può considerarsi affatto strutturale; perché? Perché   non risolve alla fonte la questione dell’eccessivo cuneo fiscale che grava su cittadini, lavoro e aziende.

Quello che serve – e con questo concludo il mio intervento – è in realtà una forte riduzione delle aliquote, IRAP e IRPEF in primis.

Quindi per concludere: per tagliare il cuneo fiscale si torna sempre al punto di partenza, cioè alla stessa considerazione fatta per le riforme. Se l’Europa con il Fiscal Compact ci ha richiesto il pareggio o l’avanzo di bilancio, e se dobbiamo misurarci ormai quotidianamente con un corpo di parametri anacronistici; se non si cambiano le regole e i meccanismi a livello europeo sarà assolutamente impossibile per i policy maker domestici trovare le risorse necessarie per portare avanti politiche economiche a beneficio dei cittadini e del 99% delle imprese attive in Europa, cioè le PMI. Con il risultato che, se non si cambia registro, per porre fine a questa morìa economica, o  per dirla alla Paolo Barnard: per fermare questo “economicidio”, saremo davvero costretti, per forza di cose, a considerare alternative che prevedano, tra le altre, la restaurazione dello status quo ex ante, cioè il ripristino delle valute nazionali.

Stefano Fugazzi, Londra, University of Westminster-ABC Economics, 11 ottobre 2014

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