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Abenomics: successo o fallimento? I termini della questione

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Fonte il Praticonomista – La pubblicazione dei dati trimestrali sull’andamento dell’economia in Giappone, la settimana scorsa, ha riacceso il dibattito sulla politica economica di Abe. Quella sull’efficacia dell’Abenomics è una questione che generalmente viene posta nei termini sbagliati. Spesso le opinioni al riguardo si basano solo sui dati congiunturali del PIL, sull’andamento dell’inflazione e di altre variabili economiche. Ma trascurano completamente le condizioni della finanza pubblica. Spesso, chi esprime una opinione favorevole all’Abenomics trascura l’enorme debito pubblico accumulato in questi anni dal Giappone. E lo giustifica con il fatto che il debito pubblico in Giappone non è un problema perché è detenuto in gran parte dai giapponesi e quindi i rendimenti dei titoli sono bassi e meno esposti ai pericoli della speculazione e al rischio di una crisi di fiducia dei mercati finanziari internazionali.

Chi continua a credere che l’Abenomics alla fine si dimostrerà una “storia di successo” considera, non a torto, che quella degli ultimi due trimestri è solo una recessione tecnica. Sostiene che le politiche di bilancio espansive e il quantitative easing stanno funzionando. Perché l’inflazione è tornata sopra lo zero dal 2013 (in verità bisognerebbe capire se si tratta di un risultato stabile o meno, ma questo è un dettaglio trascurabile ai fini del discorso). E poi ritiene che il ruolo dell’Abenomics sia stato cruciale, nell’ultimo biennio, per evitare la recessione.

La questione, però andrebbe riportata in termini più corretti. Nel senso che la scommessa dell’Abenomics non riguarda solo la crescita del PIL e l’uscita dalla deflazione. La scommessa riguarda anche la riduzione del debito pubblico. Per vincerla, ad Abe non basta evitare la recessione economica e la ricaduta nella stagnazione e nella deflazione nei prossimi anni. E non basta nemmeno portare a casa un po’ di crescita economica se quest’ultima non sarà sufficiente a ridurre il debito in rapporto al PIL. L’obiettivo di riduzione del debito pubblico è parte integrante della scommessa. Essa si potrà dire vinta solo se la crescita (nominale) sarà abbastanza forte almeno da mantenere il debito su un sentiero di stabilità.

Orbene, le previsioni parlano di una crescita reale piuttosto modesta per il Giappone, uno scarso 1 per cento fino al 2019 (previsioni del Fondo Monetario Internazionale). Parlano di un saldo primario del bilancio pubblico negativo nei prossimi cinque anni. E di un debito pubblico pari a 2 volte e mezza il PIL, destinato ad aumentare ancora in rapporto alla ricchezza nazionale e che una crescita asfittica difficilmente potrà mantenere su un sentiero di stabilità. Soprattutto se, dato il progressivo peggioramento dei conti pubblici, i tassi di rendimento dei titoli di stato dovessero cominciare a crescere a causa del premio per il rischio.

A meno che il Giappone, a dispetto delle prospettive grigie degli analisti, non sorprenda tutti crescendo a velocità almeno tripla rispetto alle previsioni, tra non molto tempo potrà trovarsi ad affrontare seriamente il problema di un debito pubblico così elevato. Anche perché a detenere i titoli di stato oggi sono i baby boomers nati negli anni ’40 e ’50. Tutta gente che tra un po’ smetterà di risparmiare e comincerà a liquidare. A quel punto anche il Giappone dovrà aprire il proprio debito pubblico agli investitori internazionali se vuole continuare a mantenere una spesa pubblica così elevata. Difronte a un costo del debito più alto gli scenari possibili sono due. Una drastica cura da cavallo per la finanza pubblica, che farà rimpiangere ai giapponesi di avere abbandonato il risanamento finanziario in cambio delle promesse dei Abe. Oppure interventi straordinari di “ristrutturazione” del debito, cioè in poche parole il default.

In entrambe gli scenari, i riflessi sul PIL e sull’economia non saranno certo positivi. Ma questo non ha molta importanza. La scommessa dell’Abenomics si sarà dimostrata comunque persa.

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