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Europe

QE, i dubbi sul piano della Bce aumentano

di Paolo Cardená – Secondo indiscrezioni riportate dalla stampa, Draghi, mercoledì scorso, avrebbe prospettato alla Merkel il piano di intervento della Bce per l’acquisto del debito sovrano dei paesi dell’eurozona: il quantitative easing che, a quanto pare, potrebbe essere imminente e quindi annunciato alla prossima riunione del 22 gennaio.
Secondo le notizie che circolano, il QE in procinto di nascere sarebbe frutto di una soluzione di compromesso con i tedeschi che, legittimamente, non vogliono essere coinvolti nei rischi connessi all’eventuale insolvenza di alcuni paesi (secondo voi, quale paese in particolare?).
Nel dettaglio, secondo quanto riportato da “Der Spiegel” le singole banche centrali nazionali di ogni stato acquisterebbero il 20-25% del debito di ciascun paese, in modo tale che gli oneri derivanti da eventuali ristrutturazioni sovrane rimangano confinanti dentro il perimetro del paese insolvente, e quindi non vengano ripartiti tra i paesi dell’eurozona. Stando alle indiscrezioni di stampa, una soluzione del genere raccoglierebbe il consenso dei falchi che siedono nel direttorio della Bce, che non ostacolerebbero l’acquisto di titoli.

Al netto del fatto che, in concreto, non sappiamo quanto ci sia di vero in queste indiscrezioni, se dovessero essere confermate giovedì prossimo, il fatto che siano circolate anzitempo rispetto all’eventuale annuncio ufficiale, costituirebbe qualcosa di molto grave che, in un mondo normale, dovrebbe minare la credibilità della Banca Centrale, confermando ciò che già sappiamo, ossia che non è affatto indipendente.
E ciò, essenzialmente, per due ragioni:

La prima è che le decisioni della Bce dovrebbero essere del tutto scollegate dal parere (consenso) politico degli Stati.
La seconda è che rendere noti i dettagli di un intervento monetario prima di essere annunciato ai mercati, oltre a minare l’effetto sorpresa che il QE dovrebbe esprime per via delle aspettative che si creano, facilita il posizionamento su un piano privilegiato di quei soggetti che -magari per posizioni professionali o di responsabilità- fanno utilizzo di informazioni privilegiate rispetto agli altri investitori. Si chiama insider trading.
Passi pure la notizia dell’esistenza di un dibattito all’interno della Bce su un possibile QE, ma svelarne i dettagli che, per forza di cose, sono stati conosciuti in anticipo da soggetti che avrebbero potuto in qualche modo avvantaggiarsene (e magari lo hanno anche fatto), mi sembra un fatto eccessivo, almeno dal mio punto di vista. Ma siccome non viviamo nel migliore dei mondi possibili, queste pratiche, per molti, sono solo dei piccoli dettagli.

Torniamo al QE che dovrebbe nascere (il condizionale è d’obbligo).
Se è vero che un eventuale QE come quello prospettato raccoglierebbe il favore dei tedeschi, è altrettanto vero che incorporerebbe alcuni fattori di rischio non del tutto trascurabili che potrebbero pregiudicare l’efficacia dell’intervento monetario e, ancor di più, minare la credibilità della stessa Bce quale istituzione chiamata a difesa della moneta e dell’unione monetaria.

Uno degli obbiettivi che il QE si propone è quello di ripristinare la fiducia sulla sostenibilità del debiti sovrani dei paesi mediterranei e, conseguentemente, abbattere i rendimenti dei titoli di stato (già ai minimi storici, nonostante il disastro economico imperante in molti stati) e quindi anche il costo di accesso al credito da parte di imprese e famiglie.
La soluzione di compromesso che sarebbe stata raggiunta, rischia di compromettere la capacità del QE di raggiungere proprio l’obbiettivo appena descritto.
E ciò per il semplice fatto che confinare il rischio credito dei debiti sovrani dei singoli stati all’interno delle rispettive banche centrali (ammesso che sia possibile nell’ambito dell’Eurosistema), equivarrebbe ad affermare che la Bce non è una istituzione idonea ad acquistare i titoli di stato dei paesi dell’eurozona nell’interesse di tutta l’unione monetaria e del funzionamento della stessa. In altre parole, equivarrebbe a riconoscere implicitamente che all’interno della zona euro, siccome i rischi sovrani non sono uguali per tutti i paesi (fatto indubbiamente vero) e che pertanto esistono stati meno solvibili di altri, la banca centrale europea non può farsi carico di quei debiti sovrani più rischiosi, poiché, se fatto, questo implicherebbe il rischio che i costi derivanti da eventuali insolvenze dovrebbero essere ripartiti tra tutti i paesi della zona euro. Cosa che i i tedeschi (giustamente e legittimamente) vogliono evitare. Insomma, un QE di questo genere rischierebbe di “vanificare” tutti gli sforzi che la Bce ha fatto in questi anni per offrire la percezione di una unione monetaria coesa, indivisibile e irreversibile. Concetto espresso reiteratamente da Draghi in questi anni; anche se sappiamo che non è proprio così.

Le ripercussioni che questo potrebbe avere sui mercati, anche se difficili da prevedere, non sono affatto trascurabili e molto dipenderà dagli eventi che si verranno a determinare.

Esemplificando, poniamo che l’Italia dovesse trovarsi nella condizione di dover ristrutturare il debito pubblico: ipotesi estrema, ma da non escludere del tutto. A chi verrebbero inflitte le perdite? Sicuramente ai detentori privati del debito, che ne patirebbero l’haircut. E alla banca centrale nazionale che deterrebbe parte del debito? In questo caso si aprirebbero diversi scenari. Ossia, se l’Italia dovesse tenere indenne la Banca D’Italia, è chiaro che gli investitori privati esigerebbero un maggior premio di rischio per acquistare il debito Italiano, proprio perché godrebbero di una seniority inferiore rispetto a quella riservata alla banca centrale nazionale. Quindi gli spread potrebbero tendere ad allargarsi rispetto ai rendimenti dei titoli di stato dei paesi più solidi: ho detto spread, che è cosa diversa dall’aumento rendimenti, e ciò significa che gli spread potrebbero aumentare anche in presenza di rendimenti in diminuzione.
Se, contrariamente, le perdite fossero inflitte anche alla banca centrale nazionale si determinerebbe una diminuzione di capitale, e quindi dovrebbe essere ricapitalizzata. Per opera di chi? Da parte dello stato nazionale che ha dichiarato il default appare abbastanza improbabile, per il semplice motivo che, in questa ipotesi, lo stato perderebbe i benefici derivanti dalla ristrutturazione di quella parte di debito detenuto dalla banca centrale nazionale e, de facto, verrebbe riconosciuto a quest’ultima lo status di creditore privilegiato, per cui si tornerebbe al punto precedente.

Inoltre, è assai improbabile che lo stato possa disporre di risorse per poter ricapitalizzata la banca centrale, ammesso che non si ricorra ad atti di confisca della ricchezza privata. Ipotesi che, benché non sia da escludere, determinerebbe degli effetti nefasti per via del fatto che si sancirebbe il venir meno dell’inviolabilità del risparmio privato in tutto il contesto dell’eurozona: circostanza della quale, a dire il vero, abbiamo già qualche sospetto, considerata l’aggressione del risparmio che si sta perpetrando, per via fiscale, nel contesto italiano. Insomma, si verrebbe a creare uno scenario che implicherebbe un ulteriore aggressione dei risparmi, che rischierebbe di determinare effetti significativi su tutti i paesi dell’area mediterranea alle prese con alti livelli di indebitamento, innescando una fuga di capitali che metterebbe a rischio la stabilità dei sistemi bancari, già assai traballanti. In pratica, si arriverebbe ad ottenere un risultato opposto a quello che alberga nelle intenzioni della Bce.
In mancanza di ricapitalizzazione della banca centrale per opera dei rispettivi governi, la perdita ricadrebbe in capo all’Eurosistema, che magari potrebbe pretendere (?) di “escutere” alcuni attivi (esempio oro) o acquisire idonea garanzia che inducano gli stati nazionali ad adoperarsi per coprire la perdita subita.

Oltre agli scenari sopra esposti, ci sarebbe da considerare anche l’ipotesi di una responsabilità solidale tra la Bce e le singole banche centrali nazionali nell’acquisto dei titoli di stato. Ma, anche in questo caso, nulla varierebbe ai fini della gestione delle perdite derivanti da eventuali ristrutturazioni del debito. Per cui, resterebbe valido il ragionamento sopra esposto.
Quindi, a questo punto, non resta che attendere giovedì prossimo per avere ulteriori elementi sui quali dibattere e ragionare.

Per gentile concessione del blog VincitorieVinti.com
– See more at: http://www.commoditiestrading.it/spread-trading/I-dubbi-sul-piano-della-Bce-aumentano-2241.aspx#sthash.UKyPXIkQ.dpuf

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