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Europe, USA

Il Q.E. non è riuscito e non riuscirà a rompere il rapporto perverso tra crisi delle PMI ed aumento della disuguaglianza

Nicola Spanu – ABCEconomics, Questa settimana si è aperto il forum di Davos, in cui uno dei temi di discussione sarà quello della crescente disuguaglianza economica tra ricchi e poveri.

Un rapporto del centro studi Oxfam International, che verrà discusso proprio a Davos, mette in evidenza come nel 2016 l’1% più ricco della popolazione possiederà più della metà della ricchezza mondiale. Questo è il risultato di un trend economico che sembra ormai inarrestabile, se già nel 2014 l’1% più ricco possedeva il 48.1% della ricchezza globale.

Lo studio di Oxfam International mette in luce come l’aumento della disuguaglianza sia accelerato a partire dal 2008 in poi, stabilendo quindi una sorta di implicito collegamento tra l’inizio della crisi economica che ancora attanaglia l’Europa (e che si sta riverberando sulle altre economie mondiali, come testimoniato dal calo del prezzo del petrolio, causato anche dalla caduta della domanda europea di greggio) e crescita della disuguaglianza.

In questo grafico di Credite Suisse pubblicato dal settimanale britannico The Economist, si può vedere chiaramente la distribuzione profondamente ineguale della ricchezza mondiale (cliccare sull’immagine per ingrandirla):

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Sebbene la correlazione tra la crisi economica degli anni 2007-2008 e l’aumento della disuguaglianza sia un tema che richieda ulteriori studi scientifici, è un fatto incontestabile che le iniezioni di liquidità adottate per uscire dalla crisi da parte della Federal Reserve americana  (e anche della Banca d’Inghilterra, la cui cessazione è stata annunciata da entrambe le banche centrali ma non ancora attuata), sebbene abbiano rimpinguato il patrimonio delle banche, ristrettosi in seguito alla crisi causata dal tracollo dei mutui sub-prime, non siano riuscite a stimolare a sufficienza l’economia reale, sia per quanto riguarda le PMI (piccole e medie imprese), sia per quanto concerne l’aumento dell’occupazione “di qualità” e non precaria e la correlativa diminuzione della disuguaglianza tra ricchi e poveri. Di conseguenza, c’è decisamente poco da aspettarsi dal Quantitative Easing annunciato ieri dalla Banca centrale europea; infatti, se tale politica economica ha avuto un effetto limitato negli Stati Uniti e nel Regno Unito, perché dovrebbe essere più efficace in Europa?

Esempio evidente della crisi delle PMI americane è la ricerca pubblicata dal centro studi Gallup, la quale mostra come per la prima volta in 35 anni il numero di fallimenti delle PMI a stelle e strisce abbia superato il numero di PMI di nuova creazione. Questo grafico è chiarissimo al riguardo:

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Il grafico seguente evidenzia come il numero di PMI americane di nuova creazione si sia ridotto proprio in corrispondenza con l’avanzare della crisi economica ed il suo effetto di contrazione dei risparmi (i quali sono determinati per la creazione di nuove imprese) e nonostante le massicce iniezioni di liquidità della Federal Reserve (la ricerca si ferma al 2011), che sembra abbiano avuto un limitato effetto di stimolo alla creazione di nuove PMI, esacerbando ancora di più la separazione tra economia virtuale (basata sulla speculazione finanziaria) ed economia reale, l’unica in grado di garantire la creazione di nuovi posti di lavoro ad un ritmo che sia adeguato alle sempre più gravose esigenze fiscali dei governi occidentali, sopratutto in correlazione con il progressivo pensionamento della loro popolazione attiva nata negli anni immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale (i così detti “baby boomers”).

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Negli Stati Uniti ci sono 6 milioni di attività imprenditoriali con uno o più impiegati, di queste, 3,8 milioni sono composte da 4 dipendenti o meno; 1 milione di aziende ha dai 5 ai 9 dipendenti; 600.000 impiegano dalle 10 alle 19 persone; 500,000 dai 20 ai 99 lavoratori; 90,000 da 100 a 499; 18,000 aziende danno lavoro a 500 o più dipendenti, mentre mille di esse impiegano un personale pari a 10.000 unità o più.

Di contro alla crisi delle PMI si assiste al fenomeno del rafforzamento del peso economico dei grandi gruppi multinazionali in grado di assumere migliaia di lavoratori. Questo fenomeno è stato recentemente studiato in un articolo del settimanale britannico The Economist, che mette in evidenza la correlazione esistente tra la creazione di grandi aziende multinazionali in grado di sbaragliare la concorrenza e di acquisire una posizione di sostanziale monopolio del mercato e la crisi delle PMI, con inevitabile aumento della disuguaglianza, determinato proprio dalla concentrazione della ricchezza nelle mani di pochissime aziende, che la amministrano in modo esclusivo, limitando così la libera concorrenza. L’articolo compara due periodi della storia americana, la fine dell’ottocento, che vide confluire enormi capitali nelle mani di pochissimi imprenditori, definiti spregiativamente “robber barons” o “baroni rapinatori” e la fine degli anni settanta, con la costituzione dei colossi dell’“information&communication technology”.

Sebbene le grandi multinazionali impieghino migliaia di dipendenti, non possono sostituirsi alle PMI nè fornire alcuna garanzia di finanziare Stati sempre più a corto di risorse, in quanto, proprio in virtù del loro carattere internazionale, tali gruppi non solo sono in grado di delocalizzare in parti del mondo dove il costo del lavoro è minore, sottraendo risorse produttive ai loro paesi d’origine (in cui invece spesso rimane il centro direttivo dell’azienda), ma riescono anche ad ottenere condizioni fiscali più favorevoli attraverso complessi meccanismi legali.

La Banca Centrale Europea, consapevole di ciò ha cercato di mettere in atto un sistema di stimolo all’economia reale, il cosidetto TLTRO (Targeted Long Term Refinancing Operation), pari a circa 1000 miliardi di euro, che avrebbe dovuto fornire credito alle PMI europee in agonia; tuttavia esso non è riuscito ad avere i risultati sperati, tanto è vero che la BCE ha deciso ieri di attuare un ulteriore azione di stimolo all’economia con il cosi detto Quantitative Easing, ovvero un programma di acquisto di titoli di Stato dei paesi dell’eurozona, che dovrebbe in teoria permettere loro di liberare preziose risorse finanziarie da utilizzare per aiutare l’economia reale.

Tuttavia,  vi sono seri dubbi che tale misura riesca a beneficiare le PMI, visti i magri risultati ottenuti negli Stati Uniti, e visto anche il fallimento di precedenti tentativi in tal senso da parte della stessa Banca centrale europea, che non è riuscita a portare la crescita globale dei paesi dell’eurozona a livelli accettabili per delle economie di tipo avanzato.

Fonti:

http://www.oxfam.org/en/research/wealth-having-it-all-and-wanting-more

http://www.gallup.com/businessjournal/175499/starved-financing-new-businesses-decline.aspx

http://www.economist.com/blogs/graphicdetail/2014/10/daily-chart-8?fsrc=scn/fb/te/bl/ed/purseoftheonepercent

http://www.economist.com/news/briefing/21637338-todays-tech-billionaires-have-lot-common-previous-generation-capitalist

http://www.forexstrategico.com/it/calendario-tltro-14-15-16/

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