//
you're reading...
Europe

Anche il “whatever it takes” di Draghi ha un limite

Angelo Baglioni (lavoce.info) – Draghi ha lanciato un monito alla Grecia e ai partner europei: devono trovare un accordo su debito e programma economico. Non possono pensare che la rete di salvataggio della Bce risolva tutti i problemi. Una mossa coraggiosa ma con qualche rischio.

Il 4 febbraio la Bce ha deciso di non accettare più (con effetto dall’11 di questo mese) i titoli di stato greci come collaterale nelle operazioni di politica monetaria. Cosa significa? Tradotto in parole povere, significa che le banche greche non potranno più chiedere soldi in prestito alla Bce, presentando come garanzia i titoli del debito pubblico greco, come hanno fatto finora per sopravvivere. Ciò non implica che esse andranno a fondo immediatamente, ma sono sempre più a rischio. Potranno infatti contare su un programma speciale di finanziamento (la cosiddetta Emergency liquidity assistance, Ela) il cui rischio ricadrà interamente sulla Banca centrale greca. Tuttavia questa linea di credito speciale potrà in qualsiasi momento essere chiusa dal Consiglio direttivo della Bce: se la Bce lo facesse, le banche greche sarebbero condannate al fallimento, tenendo conto del drenaggio di depositi a cui sono già sottoposte da mesi a causa dell’incertezza politica.

I MOTIVI TECNICI DELLA DECISIONE…

Perché la Bce ha preso questa decisione? Sul piano tecnico, la decisione si spiega con le intenzioni del governo greco di non accettare un semplice prolungamento dell’attuale piano di assistenza finanziaria concordato con l’Europa, ma di volerne negoziare uno nuovo e ben diverso. Bisogna ricordare che la Bce aveva già fatto un’eccezione alle sue regole, quando aveva deciso di accettare i titoli di stato greci come garanzia, nonostante essi non avessero il rating minimo necessario. Questo trattamento speciale aveva come condizione che la Grecia rispettasse le condizioni previste da un piano di assistenza finanziaria concordato con i partner europei. Per inciso, la stessa condizione vale per il programma di acquisto di titoli di stato varato il 22 gennaio dalla Bce (il famoso Quantitative Easing). Ora, il piano di assistenza attualmente in vigore è in scadenza (28 febbraio) e la trattativa per concordare un nuovo piano si presenta molto difficile. La Bce ha agito d’anticipo, dando per scontato che i tempi per raggiungere un accordo saranno lunghi, e quindi la Grecia rimarrà “scoperta” (cioè senza un piano di assistenza in vigore) per un certo periodo di tempo. Tecnicamente, Draghi avrebbe potuto aspettare al 28 febbraio, ma ha deciso di agire subito.

…E QUELLI POLITICI

Questo anticipo conferisce alla decisione del 4 febbraio un significo politico, che va al di là degli aspetti puramente tecnici. Il significato è il seguente. Il governo greco e gli altri governi europei devono trovare (in fretta) un accordo, relativo a un nuovo piano di assistenza finanziaria alla Grecia. Questo piano dovrà riguardare due temi: 1) la gestione del debito esistente e le eventuali nuove necessità finanziarie della Grecia; 2) le misure economiche che il nuovo governo greco vuole realizzare e quelle che i partner europei intendono porre come condizione per fare nuove concessioni sul fronte del debito. Su entrambi i fronti, la distanza tra le parti che siedono al tavolo delle trattative è grande. Per questo, Draghi ha voluto sgombrare il campo da una possibile tentazione: quella di pensare che se non si troverà un accordo, sarà la Bce a metterci una pezza, pur di salvare l’euro. Non sarà così, perché anche la Bce ha alcune regole da rispettare. Una di queste è il divieto di finanziamento monetario del settore pubblico. Se la Bce accettasse come garanzia titoli di debito di un governo che sta andando dritto verso l’insolvenza, e che perciò non verranno mai rimborsati a scadenza, la Bce violerebbe quel divieto. Per la stessa ragione, la Bce non accetterà mai la proposta del neo ministro dell’economia greco di sostituire i titoli di stato greci attualmente in mano alla Bce stessa con titoli “perpetui”, cioè con titoli il cui capitale per definizione non verrà mai restituito. Insomma, anche il “whatever it takes” ha un limite.
Con questa mossa Draghi ha dimostrato coraggio e determinazione, e non è la prima volta. Tuttavia, si è esposto a un rischio. Se l’accordo tra il governo greco e l’Europa non si trovasse, e quindi se la situazione degenerasse, la logica conseguenza sarebbe quella di sospendere la Ela e di spingere di fatto la Grecia fuori dall’euro, con tutte le conseguenze del caso. Speriamo che Draghi non sia mai messo nelle condizioni di prendere questa drammatica decisione.
Per concludere, notiamo per l’ennesima volta che questa situazione è il frutto della contraddizione di fondo della zona euro: moneta unica senza uno stato. La Bce non può monetizzare i debiti pubblici dei singoli stati europei, esattamente come la Fed non lo fa per il debito della California e del Michigan. Potrebbe farlo per un debito federale, che però al momento non c’è. Ancora una volta la piccola Grecia mette a nudo i limiti della costruzione europea.

Advertisements

Discussion

No comments yet.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

acquista ABC ITALIA, edizione 2016

Click here to download “Brexit?”, Fugazzi’s new book on the EU Referendum

ABC Economipedia, 2nd edition now out!

London One Radio

PIL – Professionisti Italiani a Londra

%d bloggers like this: