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Europe, Italy, USA

Mercati forex, aumenta la volatilità

YAHOO! – USA disoccupazione al 5,5%. I listini statunitensi sono scesi in territorio negativo dopo la pubblicazione dei dati mensili sul mercato del lavoro in Usa; i numeri hanno ancora una volta sorpreso in positivo gli analisti con nuovi ingressi per 295.000 unità e un tasso di disoccupazione che scivola al 5,5%. L’arretramento ha riguardato marginalmente i settori Materials ed Energy, mentre dimostrano un’ottima ripresa occupazionale i settori dei servizi di ristorazione, salute, trasporti e l’area del manufatturiero. Il segnale di una crescita economica ormai sostenibile ‘suona’ di un prossimo aumento dei tassi dei Fed Funds non così lontano come alcuni vogliono ancora far credere.

Flussi di investimento nell’Area Euro

Da un breve sguardo al movimento dei flussi di investimento: scende il cash nei fondi di investimento per l’ottava settimana di fila; ad esserne influenzati come beneficiari sono i mercati azionari ed obbligazioni europei che vengono definiti dal consenso dei gestori in una fase di “euforia”. Ancora consistenti i flussi di capitale verso gli ETF azionari. I portafogli sembrano presentare un ulteriore aumento delle posizioni di risky asset; agli incessanti tagli dei tassi delle banche centrali si sta assommando un ottimismo crescente per i dati macro. Le dichiarazioni del Presidente della BCE Mario Draghi sul percorso del Quatitative Easing (QE) sembrano ormai un continuo richiamo per tutti gli investitori internazionali.

Riflessivi gli indici Usa

I mercati azionari nella scorsa settimana hanno visto due facce della stessa medaglia: da un lato infatti gli indici statunitensi hanno presentato performance negative, compreso il Nasdaq ormai pronto a superare il massimo storico di 5132 del 10 marzo 2000; dall’altro performance positive su tutto il mercato azionario dell’area Euro e in particolare dell’indice FTSE MIB. Anche gli spread contro Bund dei governativi periferici dell’area Euro si presentano alla partenza del QE ai minimi dal 2010.

Focus della settimana

I dati più interessanti riguardano: Macro dati in Cina; in Usa: Retail Sales, la Consumer Confidence dell’Università del Michigan e il Labor Market Conditions Index; attese anche le decisioni sui tassi della Banca Centrale in Russia.

Trend monetario espansivo

L’accodamento dei paesi emergenti alla politica monetaria espansiva delle banche centrali delle aree più sviluppate è stato importante vista la perdita di ‘momentum’ del tasso di crescita economica e la pressione al ribasso sui prezzi delle materie prime ed energia. Secondo il calcolo degli analisti americani dal 2008 (post Lehman) ad inizio marzo i tagli dei tassi di interesse delle autorità monetarie nel mondo sono stati 556 conteggiando la Cina ad inizio mese e i due recentissimi di India (-25bps) e Polonia (-50bps). In relazione al buon andamento dei mercati obbligazioni, le economie emergenti sembrano aver scontato il possibile impatto dell’aumento dei tassi previsti dalla Fed nella prossima estate e non temono neppure il rischio di debolezza della propria divisa, vista la scelta di molte banche centrali di proseguire la svalutazione con l’intento di posizionare a livello più competitivo le proprie esportazioni.

Il Brasile subisce ancora l’inflazione

Unico paese a distinguersi in questa fase di politica ‘accomodante’ è il Brasile che lo scorso 4 marzo ha alzato nuovamente il suo tasso di riferimento Selic di 50bps a 12,75%. Le preoccupazioni in casa brasiliana sono legate alla debolezza della valuta e ad un tasso di inflazione che non offre tregua all’autorità monetaria: l’ultimo dato di 7,36% su base annua è risultato in ulteriore aumento e lontano dal target di 6,5%.

Divergenza nella crescita economica

Da una breve analisi il quadro non è comunque facile da interpretare. Tra i paesi emergenti, in questi ultimi mesi, sono solo tre le economie che hanno mostrato una dinamica di crescita veramente positiva ovvero Tailandia, Cile e Messico; in fondo alla classifica troviamo Russia, Indonesia e Cina. La maggior parte dei paesi sta proseguendo una politica monetaria accomodante con l’obiettivo di far scendere il costo dei finanziamenti e il valore di cambio della divisa preferendo la via breve monetaria rispetto alle riforme strutturali che vorrebbero un’intensificazione dei consumi interni in una logica di minor dipendenza dalle esportazioni.

Aumenta la volatilità sulle valute

In un mondo dove negli ultimi anni si è posto al centro il concetto di “deleveraging”, con una sostanziale diminuzione della leva finanziaria, anche il mondo emergente deve intraprendere con decisione gli impegni sulle riforme strutturali, pena un aumento del rischio di fronte ad una restrizione della liquidità che sebbene non si possa ritenere “improvvisa”, in quanto gestita dalle grandi banche centrali, sarà inevitabile come la normalizzazione dei rendimenti. Il segnale che in queste settimane ha posto una maggiore attenzione agli investitori è proprio l’aumento della volatilità nelle valute emergenti; nonostante le valutazioni degli asset finanziari rimangano ancora interessanti nella maggior parte dei paesi, il flusso di disinvestimenti non è ancora cessato: ancora una volta la selezione rimane il fattore chiave per l’allocazione di portafoglio che guardi alle prospettive future e alle scelte strategiche dei governi. Politica espansiva in Asia

RBI taglia i tassi

In poche settimane il processo di riduzione dei tassi di interesse in Asia ha ripreso a correre. Dopo Indonesia e Cina è toccato all’India dove la Royal Bank of India (RBI) continua nel suo programma di espansione monetaria con una nuova riduzione di 25 bps del tasso di riferimento Repo portandolo al 7,5%. Il mercato è rimasto sorpreso per i tempi brevi dal precedente taglio di gennaio, anche se a questo punto crede in un ulteriore intervento nella prossima riunione RBI del 7 aprile prossimo. Gli analisti rimangono convinti che il processo di riduzione proseguirà con un calo di 100 bps nel 2015, anche se il punto chiave rimane il tasso di inflazione, atteso in discesa al 4,75% dal 5,1% di inizio anno. Un trend di inflazione inferiore al target permetterebbe un prolungamento dell’espansione monetaria anche nel 2016.

Il Sensex cresce ancora

Il mercato azionario indiano trova gli operatori ancora ottimisti sia per le stime dei dati economici che sulle riforme che il governo di Narendra Modi ha messo in agenda. L’indice azionario indiano Sensex in poco più di diciotto mesi è passato da 18000 punti agli attuali 29341 con una performance del 63%. Le prospettive a medio termine rimangono tuttora rosee; gli analisti sottolineano che la seconda economia più popolata al mondo dopo la Cina, stia infatti beneficiando del calo delle materie prime e della contrazione del Fiscal Deficit, con una previsione di calo al 3,9% nel 2016 (ultimo dato al 4,5%). I lavori sulle infrastrutture sono avviati e gli utili aziendali sono attesi in crescita nonostante il lieve innalzamento della pressione fiscale; il governo prevede un tasso di crescita del GDP nel 2015 intorno al 7,4%, in miglioramento rispetto al 6,9% del 2014.

La Cina del ‘New Normal’

All’India fa eco la Cina che in questi giorni è impegnata nell’Assemblea Nazionale del Popolo; il target di crescita del GDP dichiarato dal primo ministro Li Keqiang per il 2015 è stimato ‘intorno’ al 7% con un tasso di inflazione al 3%. Il dato è il più basso dal 1990, anche se da tempo si è introdotto il concetto di “New Normal” da parte degli analisti, ovvero un tasso di sostenibilità a medio termine inferiore al trend storico, ma utile ad evitare shock di breve termine e un hard landing. In questa situazione quindi il tasso di crescita economica indiana sembra poter superare quella cinese così come le prospettive sui mercati. Da questo punto di vista la PBoC, la banca centrale cinese, proseguirà nell’espansione monetaria mentre le divise dei due paesi continueranno a perdere terreno nei confronti del dollaro Usa, che guarda invece al prossimo ritorno della politica restrittiva.

Valutazioni degli indici

Dal punto di vista delle valutazioni degli indici azionari, secondo i dati di Bloomberg, il multiplo P/E (prezzo/utili) dell’indice indiano Sensex risulta più elevato dello Shanghai Shenzhen CSI300 cinese, che rispettivamente negoziano a 20,7x il primo e 15,4x quello cinese. Ancora più interessante risulterebbe l’indice Hang Seng di Hong Kong che viene scambiato ad un P/E di 10,1x, anche se permangono tensioni politiche locali. Per avere conferma dell’avvenuto sorpasso nelle crescita economica tra i due grandi paesi asiatici dovremo aspettare almeno i dati del primo trimestre dell’anno e capire se i trend ormai tracciati manterranno ‘momentum’. Benefici dal Rifinanziamento del Debito

Meno scetticismo sul QE

La discussione sulla capacità degli strumenti monetari non convenzionali di agire positivamente sull’economia reale, in modo inequivocabile, resta sempre aperta anche se i toni degli scettici si sono un po’ sbiaditi. A fare chiarezza sono stati i dati in netta ripresa sull’economia statunitense, con sollievo della FED, la prima Banca Centrale ad operare in questa direzione. Tra le altre, la discussione è divenuta più scontrosa sulla progressione delle operazioni di Quantitative Easing (QE) studiate dalla FED dopo i primi interventi a sostegno del collasso del sistema bancario del 2008 – 09. Gli economisti più scettici hanno successivamente attaccato la strategia in Giappone della BoJ dopo i risultati non brillanti dell’Abenomics; ma anche in questo caso il processo non si è fermato e i dati macro locali sono sembrati migliorare.

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