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Europe, USA

Crollano 800 torri di “shale oil” e il prezzo del petrolio è in rimonta

Gli analisti: ma la ripresa delle quotazioni sarà lenta. Le case d’investimento prevedono 70 o 80 dollari al barile entro fine anno

LA STAMPA – Il prezzo del petrolio sta risalendo. Il Wti sfiora i 53 dollari, e volendo fare un raffronto con i listini del recente passato bisogna tenere presente che adesso si tratta di dollari “pesanti”, molto rivalutati rispetto all’euro. Per di più, in giornata l’Arabia saudita ha ridotto (di poco) le consegne in Asia (per ragioni tecniche), il che non corrisponde al grande taglio invocato da altri produttori dell’Opec ma contribuisce al movimento rialzista delle quotazioni. Siamo alla svolta del mercato, dopo la grande fase di ribassi del barile cominciata nel luglio scorso?

Di certo la guerra scatenata dall’Arabia Saudita contro i produttori americani di shale oil (il petrolio da scisto che ha inondato i mercati) sta facendo effetto: il barile di Wti texano che i sauditi hanno fatto rotolare deliberatamente, nei mesi scorsi, vicino ai 40 dollari ha buttato fuori mercato molti produttori americani “shale”, e le torri di estrazione sono crollate da 1.800 a 1.000. Il taglio è di 800 nette. Del resto le grandi banche d’affari prevedono il prezzo medio del greggio in recupero a 70-80 dollari entro la fine dell’anno. E allora riformuliamo la domanda iniziale anche alla luce di questi nuovi sviluppi: il crollo dei produttori americani da scisto segnala la svolta nelle quotazioni del mercato?

C’è qualche segnale in senso contrario; per esempio il recente l’accordo fra la comunità internazionale e Teheran permetterà al petrolio iraniano di tornare copioso sui mercati e creerà una pressione al ribasso sui prezzi. Ma in America il Council on Foreign Relations osserva che non c’è da attendersi un flusso extra immediato di greggio: «Neanche un barile in più sta uscendo dall’Iran» sottolinea l’analista di settore Michael Levi. Se tutto andrà bene, se l’accordo politico andrà in porto davvero, ci vorranno da 6 a 12 mesi.

Invece la parziale crisi dello shale oil americano si fa sentire da subito, e si farà sentire ancora più in futuro, perché «le compagnie shale in questo momento hanno difficoltà a trovare crediti sul mercato finanziario» dice Alberto Clò, economista, ex consigliere d’amministrazione dell’Eni e attuale direttore della Rivista Energia. Perciò altre fra loro falliranno. Secondo Clò, questo contribuirà a riportare in su le quotazioni del barile nel 2016. Ma a suo giudizio non c’è da prevedere un rimbalzo più veloce: «I precedenti choc petroliferi sono durati in media 18 o 20 mesi. Siccome quello attuale è cominciato nel luglio 2014, l’esperienza ci porta ad aspettarci un recupero delle quotazioni nella prima metà del 2016. Fino ad allora prevedo prezzi oscillanti fra 50 e 60 dollari. Anche perché gli 800 produttori di shale oil americani finiti fuori mercato erano i più deboli, mentre i mille superstiti si sono dimostrati incredibilmente flessibili e competitivi. Alcuni guadagnerebbero anche con il barile a 20-25 dollari».

Dello stesso parere Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia: «Un anno fa per avviare un pozzo di shale oil ci volevano 44 giorni, oggi ne bastano 22. Inoltre dalla stessa piazzola si fanno più pozzi, non solo uno come prima. Addirittura, qualcuno ha cominciato il re-fracking» (fracking è il nome della tecnologia usata per estrarre lo shale oil, ndr). «Nello stesso pozzo rifanno un altro passaggio, fratturando e lavando la roccia di nuovo, visto che non più del 20% di quello che c’è sotto viene effettivamente estratto. I miglioramenti di efficienza fanno ritenere che la produzione Usa impiegherà del tempo per rallentare, e questo frenerà il recupero del prezzo del barile».

Che comunque arriverà, grazie al prevedibile recupero della domanda globale di energia, che segue il ciclo naturale delle stasi e delle riprese economiche. Settanta o ottanta dollari per barile di Wti americano entro fine anno, dicono le grandi case di investimento internazionali, che non solo prevedono il mercato in quanto analiste, ma anche lo determinano in quanto acquirenti e venditrici di petrolio.

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