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I derivati “killer” che potrebbero affossare l’Italia

articolo ripreso da ForexInfo – La maggioranza dei cittadini italiani non sa nemmeno cosa siano i derivati. Non per ignoranza o per disinteresse, ma perché nel corso dell’ultimo decennio la «politica» adottata su questo argomento è la seguente: «meno se ne parla e meglio è».

Ma la trasmissione televisiva di Rai 3, Report ha deciso di sottrarsi a questo tacito dickat, dedicando un ampio servizio a questi strumenti finanziari che attualmente pesano come un macigno sui conti italiani. Quanto? A tal punto da poterci mandare a gambe all’aria e da poter vanificare in toto gli effetti del Quantitative Easing della BCE, il programma di acquisto di titoli di Stato voluto da Draghi che porterà nelle nostre casse più di 7 miliardi al mese.

Nel corso degli ultimi quattro anni, questi derivati ci sono costati quasi 17 miliardi di euro. In questo caso i calcoli non sono del programma condotto da Milena Gabanelli, ma di Bloomberg che,in base ai dati Eurostat sulle finanze pubbliche degli Stati dell’Eurozona, ha messo in evidenza come nel triennio 2011-2014 gli swap sul debito pubblico abbiano determinato, per l’Italia, perdite effettive e potenziali per un totale di 16,95 miliardi di euro.

Ma prima di entrare nel merito della questione, facciamo un passo indietro.

Cosa sono i derivati?
I derivati sono degli strumenti utilizzati in finanza che, come suggerisce il loro stesso nome, «derivano» il loro valore da altri beni o prodotti che vengono denominati «attività sottostanti». Queste attività possono essere azioni, titoli di debito pubblico o privato, materie prime ecc.

Esistono due categorie di derivati, in base allo scopo che perseguono:

– commodity derivatives, basati sulle merci e legati ad attività reali come petrolio, oro, grano, caffè. Il fine in questo caso è quello di coprire i rischi di oscillazione del costo delle materie prime;
– i derivati finanziari, cioè azioni, titoli, valute, tassi d’interesse che combinano la finalità di copertura (hedging) con l’investimento vero e proprio, sfruttando quello che in finanza è chiamato l’effetto leva.

Inoltre, oltre a «coprire dai rischi» o a essere utilizzati come un vero e proprio investimento, i derivati possono essere usati nell’ambito del cosiddetto arbitraggio che consiste nell’acquistare un bene o un’attività finanziaria su un mercato, rivendendolo su un altro e giocando sulle differenze di prezzo al fine di trarre un profitto.

Esistono varie tipologie di derivati: Opzioni, Futures, Swap, Forward e altri ancora, . Le più diffuse sono senza dubbio le prime tre:

– Le opzioni danno la facoltà, ma non l’obbligo, di comprare o vendere uno strumento a una data e a un prezzo determinati.
– I futures sono contratti attraverso i quali le parti si assumono l’obbligo (questa la differenza con le options) di comprare o vendere uno strumento a una data e a un prezzo determinati.
– lo swap è un contratto che prevede che due contraenti si scambino dei flussi finanziari calcolati con un criterio prestabilito a date prefissate. Il più diffuso è lo swap fisso contro variabile che prevede che una delle due parti ceda all’altra un flusso di interessi calcolati su un nozionale, con un tasso fisso in cambio del ricevimento degli interessi calcolati secondo un tasso variabile.

Report e i derivati italiani
Il servizio firmato da Stefania Rimini, dal titolo «Fidati di Mef», comincia così:

Fine 2011. Sui titoli del nostro debito pubblico piovono coltelli e il Tesoro li deve prendere al volo, quando casca una spada di Damocle da 2 miliardi e 9 che la banca americana Morgan Stanley poteva pretendere sulla base di un contratto quadro per operazioni di finanza derivata, stipulato con il ministero del Tesoro nel ‘94. C’era una clausola tale per cui la banca poteva chiudere tutto e farsi liquidare ad un valore calcolato discrezionalmente da lei. Quell’opzione per la Morgan Stanley era l’equivalente di un bancomat e siccome nessuno regala niente a nessuno, cosa abbiamo avuto noi in cambio?
Più tempo, questo è ciò che ci ha guadagnato l’Italia. Per il resto, non è dato sapere poiché il contratto stipulato dal Tesoro con la banca non è consultabile. Neanche il Parlamento può conoscere i dettagli. Non si sa se il prezzo che abbiamo pagato è corretto, non si sa come sia stato determinato, non si sa neanche perché sia stato stipulato questo contratto. L’unica cosa certa è che nel 1994, il Tesoro italiano si era assunto dei rischi talmente ingenti che a distanza di 20 anni abbiamo dovuto versare alla controparte 3 miliardi e 100.

Nel corso degli ultimi due decenni il Tesoro ha infatti fatto delle «scommesse» sui derivati per oltre 160 miliardi di euro. Il risultato, in base ai calcoli, è un’esposizione attuale pari a 42 miliardi di euro. Cos’è andato storto?

Che i derivati fossero prodotti finanziari rischiosi si è capito dalle vicissitudini di Comuni ed enti locali italiani che per fare cassa, hanno giocato per anni e anni con questi strumenti allo scopo di rimpinguare i bilanci e fare cassa subito, lasciando alle future gestioni una «zavorra» milionaria con cui fare i conti. Un esempio su tutti è il Comune di Milano che, a causa di alcuni derivati contratti nel 2005 per un valore totale di 100 milioni, si è esposto per 30 anni all’andamento dei tassi d’interesse e si è ritrovato oggi a dover ripagare parecchi quattrini.

Tornando al Tesoro, Stefania Rimini spiega:

Anche il Tesoro ha fatto derivati, per proteggere il debito dal rischio del rialzo dei tassi, dicono, solo che poi i tassi sono finiti a zero, e su quelle operazioni stiamo pagando il 4.40.
Il risultato è che lo scorso settembre la nostra esposizione era di 37 miliardi, saliti a 42 a dicembre, mentre oggi potrebbe essere ancora più alta. Il problema, attualmente, è che le banche possono obbligare l’Italia a chiudere in anticipo 13 derivati, sui quali a fine dicembre stavamo perdendo 9 miliardi e 338 milioni. Se questo avvenisse, in base alle parole pronunciate da Maria Cannata davanti al Parlamento. dovremo pagare altri 855 milioni nel 2016 e 1772 nel 2018:

Il nostro problema sono le clausole di estinzione anticipata, che già l’anno scorso ci sono costate 179 milioni. Alcune di queste clausole il Tesoro era riuscito a eliminarle, ma ci sono costate 3 miliardi perché, ci ha spiegato il dirigente del Tesoro Fabrizio Tesseri, alcuni contratti con le banche estere sono stati passati ad una banca italiana, che in cambio ha preteso un tasso più alto. Cosa vuol dire? Vuol dire che i 3 miliardi di debito sono finiti nel pentolone da 74 miliardi della spesa per interessi, per cui miliardo più miliardo meno, chi se ne accorge? E queste cifre potrebbero anche peggiorare perché tutto dipende dalle probabilità.
continua la giornalista. Insomma, dopo la nonchalance con qui questi strumenti rischiosissimi sono stati utilizzati in passato, negli ultimi anni ci si è accorti del pericolo è si è cercato di correre ai ripari. Dal 2007 ad oggi di contratti stipulati dagli enti locali ne sono stati chiusi centinaia, da 798 siamo scesi a 216.

Il prezzo che paghiamo per quello che è stato fatto è altissimo:
– 2 miliardi di euro nel 2011
– 3 miliardi e 8 nel 2012,
– 2 miliardi e 9 nel 2013
– 3 miliardi e 3 nel 2014.

E altri potremmo doverne pagare nei prossimi anni. Insomma, per decenni abbiamo giocato con i derivati, oggi abbiamo capito che il gioco non vale la candela. Sarà troppo tardi?

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Discussion

One thought on “I derivati “killer” che potrebbero affossare l’Italia

  1. L’ha ribloggato su Alter Ego.

    Posted by alterego1977 | April 28, 2015, 8:02 am

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