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Investire nell’innovazione per rilanciare il Sud Italia

a cura di Piero David (Università di Messina, lavoce.info) / Non servono politiche straordinarie per il Sud, serve invece una visione generale che disegni un percorso di sviluppo equilibrato per l’intero paese. Le regioni meridionali possono assumere una funzione strategica complementare a quella delle Centro-Nord attraverso l’industria dell’innovazione.

Un divario che dura da anni

I dati dell’Eurostat Regional Yearbook 2015 vedono Sicilia, Calabria e Campania negli ultimi tre posti per tasso di occupazione tra le regioni europee. Confermano così quanto anticipato dal Rapporto Svimez 2015 in termini di crescita del divario economico tra Nord e Sud Italia ed evidenziano ancora una volta il fallimento della politica regionale unitaria e l’assenza di una strategia di sviluppo per il paese. Il processo di divergenza tra le diverse zone italiane è in atto da molto più tempo e non dipende soltanto dall’ultima recessione. La differenza tra il Pil pro capite del Centro-Nord e quello del Mezzogiorno è in crescita dalla fine degli anni Ottanta, con una breve inversione di tendenza solo nel 2009 (figura 1) per gli effetti della crisi internazionale sull’apparato produttivo settentrionale.

  
Il trend è evidente anche nella serie storica degli occupati nelle due ripartizioni. Se negli anni Ottanta mediamente gli occupati del Sud erano circa il 45 per cento di quelli del Centro-Nord, negli anni Novanta la media scendeva al 42 per cento, per arrivare al 35 per cento del 2014 (figura 2).

  
In sostanza, nonostante il divario infrastrutturale, l’equilibrio territoriale ed economico tra le varie ripartizioni nazionali si è mantenuto stabile fino a quando, in un’economia poco aperta, ha funzionato la specializzazione produttiva degli anni Settanta-Ottanta: schematizzando, un Nord industrializzato che produceva per il mercato interno era complementare a un Sud assistito che assorbiva questa offerta di beni.

Il divario tra le ripartizioni cresce dagli anni Novanta perché con la firma del Trattato di Maastricht, la crisi fiscale dell’Italia e mercati sempre più aperti, questa complementarietà non è più sostenibile e pertanto entra in crisi il modello di sviluppo per il Mezzogiorno, basato su elevati trasferimenti pubblici che alimentavano il circuito dipendenti pubblici-edilizia-commercio.

Seguire la strada dell’innovazione

La risposta del governo, presentata nelle linee guida il 4 novembre, come proposta di politica industriale per il Mezzogiorno, è in sostanza un politica dell’offerta per superare il gap col centro-nord in termini di infrastrutture e concorrenza. Certo importante, ma non basta. E soprattutto non è una politica industriale.

Il “masterplan” del governo nazionale dovrebbe invece cercare di individuare quale nuovo ruolo il Mezzogiorno debba avere nella specializzazione produttiva delle ripartizioni italiane. In un’ottica di sistema produttivo nazionale, il governo dovrebbe disegnare una strategia dove il Sud non sia l’ultimo vagone dell’economia italiana trainata dalla locomotiva settentrionale, ma assuma una propria funzione strategica e complementare alle regioni industriali già sviluppate del Centro-Nord.

E se si vuole superare il modello di “economia assistita” applicato fino ai primi anni Novanta e passare a una “economia competitiva”, la strada per il Sud è quella indicata dalla strategia di Europa 2020: competere sui mercati internazionali con produzioni a elevato contenuto di innovazione.

Un territorio a rischio desertificazione industriale come quello meridionale può competere nel mercato mondiale – mantenendo salari elevati e importando capitale umano – solo se si crea una nuova industria, quella delle innovazioni, frutto di una migliore e sinergica relazione, ancora tutta da costruire, tra il mondo della ricerca e quello delle imprese più dinamiche.

Il governo nazionale dovrebbe perciò impegnarsi ad aumentare gli investimenti in ricerca nelle regioni meridionali (negli ultimi anni si è fatto il contrario), introducendo, ad esempio, “zone economiche speciali” per le produzioni innovative nei territori svantaggiati, con specifici incentivi per le imprese che vogliono sfruttare quanto prodotte dai centri di ricerca e aprono perciò stabilimenti nelle regioni del Sud. Con questa strategia, nel medio periodo, potrebbe cominciare a crescere nel Mezzogiorno una “industria dell’innovazione”, creando così un tessuto di start-up e spin-off della ricerca che potrebbe interrompere la perdita di capitale umano dovuto all’emigrazione giovanile degli ultimi anni; anzi, molti giovani meridionali formatisi al centro-nord o all’estero potrebbero a questo punto voler tornare. I vantaggi sarebbero anche altri: considerato il deserto produttivo delle regioni meridionali, il capitale investito dal governo darebbe risultati migliori rispetto a quelli che si potrebbero avere con gli stessi investimenti localizzati nelle regioni settentrionali. Tanto più che l’innovazione e la ricerca sono i settori meno aggredibili dalle organizzazioni criminali, a differenza di quanto accade con le risorse investite in infrastrutture o nelle politiche sociali.

Prima di indicare cifre da investire (che nelle linee guida sono i 95 miliardi della nuova programmazione 2014-2020 più 17 miliardi residui delle precedenti programmazioni – in sostanza resta immutata la spesa di fondi strutturali e quella ordinaria), azioni da realizzare e territori interessati, il governo Renzi deve delineare politiche ordinarie per l’Italia, nelle quali le regioni meridionali assumano una funzione strategica complementare a quella delle regioni settentrionali, rendendo equilibrato il sentiero di sviluppo dell’intero paese. L’eliminazione del divario non è un tema di carattere regionale, ma un problema di modifica della struttura dell’intera economia italiana.

Fonte: http://www.lavoce.info/archives/38245/lequilibrio-nord-sud-si-ritrova-con-linnovazione/

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