//
you're reading...
growth, Italy, USA, World economy

Perché non bisogna fidarsi troppo delle svalutazioni competitive

prefazione a cura di Stefano Fugazzi (ABC Economics) – Nel novembre 2012 sulle pagine di Investire Oggi pubblicai un controverso articolo nel quale criticavo, a mio modo di vedere, l’eccessiva fiducia riposta, da parte di alcuni economisti e commentatori, nelle cosiddette “svalutazioni competitive”. Secondo questi, la semplice restaurazione della sovranità monetaria e la conseguente svalutazione fornirebbero ai Paesi periferici gli strumenti per tornare competitivi sui mercati internazionali e riavviare la crescita economica interna.

Essi asseriscono che la lezione argentina non sia poi tutto sommato negativa visto che in seguito alla rescissione dell’ancoraggio al dollaro statunitense, e la conseguente svalutazione del Peso argentino, il  PIL del Paese sudamericano tornò presto a crescere, dimenticandosi tuttavia di citare l’innescamento di dinamiche (iper)inflazionistiche caratterizzate da un andamento altamente fluttuante dei prezzi al consumo.

In realtà l’evidenza empirica suggerisce che storicamente le politiche di svalutazione tendono a produrre alcuni benefici pro tempore e che essi sono meno efficaci in quei Paesi dove persistono croniche inefficienze strutturali. Il motivo è semplice. Questi sono, infatti, chiamati a continuamente ricorrere all’escamotage della svalutazione non solo per stimolare ad infinitum la crescita economica, ma anche per “mascherare” deficit strutturali, spese pubbliche fuori controllo e la mancanza di un piano strategico/industriale.

***

Di seguito riportiamo un post di Umberto Marengo, ricercatore associato all’Istituto Affari Internazionali di Roma, pubblicato sul blog de Il Sole 24 Ore. Le opinioni sono espresse a titolo personale e non necessariamente rispecchiano quelle di ABC Economics. 

L’EURO DEBOLE NON BASTA, ALL’EXPORT ITALIANO SERVE UNA STRATEGIA  di Umberto Marengo per il blog de Il Sole 24 Ore

Le esportazioni continuano a essere il motore pulsante dell’economia italiana. Mentre il PIL fatica a crescere più di qualche zero-virgola, negli ultimi quattro anni l’export italiano è cresciuto di oltre il 10%. A luglio 2015 il Made in Italy aveva raggiunto quota +5,5% rispetto all’anno precedente. Se il trend fosse confermato, l’export potrebbe raggiungere quota 420 miliardi di Euro entro dicembre. Una cifra che vale quasi un terzo del PIL nazionale e che dimostra ancora una volta quanto la ricchezza italiana sia legata al commercio internazionale. Le ragioni della crescita delle esportazioni nell’ultimo anno e mezzo sono essenzialmente due: la ripresa economica mondiale e la svalutazione dell’Euro che ha reso più competitivi i prodotti italiani sui mercati extra-europei. Il Quantitative Easing della BCE ha fatto sentire i suoi effetti. La valuta cinese si è rafforzata del 45% in quattro anni rispetto all’Euro mentre il dollaro americano si è rafforzato del 15%.

s1

Non bisogna però farsi ingannare dal potere delle svalutazioni. Nelle relazioni commerciali la distanza geografica continua a essere un fattore decisivo. Tra i primi diciassette paesi in cui l’Italia esporta, dieci sono in Europa. Le aziende italiane esportano più in Belgio (11 milioni di abitanti) che in Cina (1,3 miliardi di abitanti). Fuori dall’Europa, la svalutazione dell’Euro ha comunque stimolato le esportazioni di prodotti italiani. Negli ultimi quattro anni, tra svalutazioni e crescita reale, il potere d’acquisto (la ricchezza in Euro correnti) dei partner commerciali dell’Italia è cresciuto di oltre il 7% l’anno e l’export italiano ne ha beneficiato con una crescita media del 3% l’anno. Ma i risultati dell’Italia nel mondo sono tutt’altro che omogenei. Mentre il potere d’acquisto dei cinesi è aumentato di circa il 20% l’anno dal 2013 ad oggi, la crescita dell’export è stata più modesta (circa il 4% l’anno). La crescita economica cinese è infatti ora alimentata principalmente dalla domanda interna. Il deprezzamento del Renminbi ha alzato artificialmente il potere d’acquisto dei cinesi ma non ha prodotto un vero aumento della domanda di prodotti stranieri. Inoltre, altre economie emergenti come il Brasile e la Russia attraversano una pesante recessione accompagnata da forti svalutazioni che hanno reso meno competitivi i prodotti italiani in quei mercati. s2

D’altro canto, gli Stati Uniti continuano a essere non soltanto il primo mercato extra-europeo dell’Italia ma anche il paese dove il maggiore potere d’acquisto è stato “speso” di più in prodotti italiani. Negli ultimi due anni, per ogni punto percentuale di crescita del potere d’acquisto degli americani, la spesa per il Made in Italy è aumentata di 1,3 punti percentuali. Gli Stati Uniti hanno inoltre un tasso di crescita stabile, un mercato generalmente aperto, ed è prevedibile che il dollaro continuerà a rimanere una moneta forte rispetto all’Euro. La progressiva riduzione del Quantative Easing della Federal Reserve nel medio periodo spingerà il dollaro a rafforzarsi ulteriormente, aumentandone il potere d’acquisto. La domanda oggi è se e come l’Italia può continuare ad aumentare le esportazioni sui livelli di questi ultimi due anni. Le stime del Fondo Monetario Internazionale per i prossimi anni indicano un calo del potere d’acquisto dei Paesi emergenti dovuto a minore crescita e probabili svalutazioni. Senza una strategia le esportazioni italiane continueranno probabilmente a crescere ma rallentando il passo. Per questo l’Italia ha bisogno di una strategia complessiva per massimizzare la sua posizione nel mondo facendo forza sui mercati dove è già oggi più presente, sui mercati a maggiore potenziale a lungo termine, e che tenga conto dei rischi di possibili fluttuazioni dei cambi nel breve-medio periodo. In questo contesto, i dati mostrano che il mercato unico europeo e gli Stati Uniti continueranno a essere i principali sbocchi per le aziende italiane. Per questo il partenariato di libero scambio in discussione tra Unione Europea e Stati Uniti (il cosiddetto “TTIP”) ha un valore strategico essenziale per l’Italia (ed è molto più rilevante delle dibattutissime sanzioni contro la Russia). Tra i BRICS la Cina è un mercato ad alte potenzialità per l’Italia ma a livello macroeconomico sembra più orientato verso la domanda interna rispetto al passato. Russia e Brasile restano mercati importanti ma strategicamente più deboli e volatili. L’India, infine, è ancora un continente tutto da capire ed esplorare.

Advertisements

Discussion

2 thoughts on “Perché non bisogna fidarsi troppo delle svalutazioni competitive

  1. ECCONE UN ESEMPIO! DI CASA NOSTRA!
    Jobs Act, ovvero come distruggere il lavoro a partire dal nome e aumentare le disuguaglianze nel paese.
    14 novembre 2015 alle ore 2:56
    Leggendo vari articoli sulle iniziative del governo Renzi in materia di lavoro, confluite poi nel pacchetto di proposte chiamato “Jobs Act” e nei relativi Decreti Attuativi che sono entrati in vigore, sembra (non si finirebbe mai di leggere…) di intuire che a posizioni nettamente contrarie si accompagnino posizioni parzialmente critiche o semplicemente prudenti.. Insomma trovare qualcuno soddisfatto sembra, al momento, abbastanza difficile. Se ne trovate, ovviamente siete pregati di segnalarlo. Anche sui numeri è bagarre. Trovare due fonti che concordino è ancora difficile. Vero è che i numeri sono sempre stati altamente variabili, visto che lavoro e tasse sono da sempre terreno di scontro tra fazioni politiche e sociali e c’è, dalle varie parti , interesse a gonfiare o sgonfiare gli effetti delle manovre. Dal mio modestissimo punto di vista, chiamare “Jobs Act” qualcosa che riguarda il “LAVORO”, una delle parole più citate nella Costituzione, è stato di cattivo gusto. In una “…Repubblica democratica fondata sul Lavoro…” ben altro si doveva fare a proposito di occupazione e, soprattutto, di diritto al lavoro. Non solo, ma anche dei diritti collegati al lavoro si sarebbe potuto e dovuto parlare di più……..

    _______________________________________________________________________
    Lo spunto per una piccolissima trattazione mi viene da un articolo del Fatto Quotidiano .

    Licenziati e poi tutti riassunti nel giro di pochi mesi. In modo da beneficiare degli incentivi della legge di stabilità. ……..

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/07/24/jobs-act-riecco-i-furbetti-licenziati-e-riassunti-per-gli-incentivi/1897268/

    Pensando a quello che gli Italiani sono riusciti a fare in tema di sicurezza alla guida con le magliette recanti sul davanti il disegno della cintura di sicurezza per non parlare di quello che non è successo nel tempo in tema di tasse, non era certo difficile pensare a quello che sarebbe potuto succedere consegnando nelle mani delle aziende il potere di licenziare semi-impunemente.

    Premetto che mi auguro sinceramente di avere preso una cantonata pensando che queste iniziative prese dal governo Renzi sono non solo inefficaci, ma anche scorrette da tutti i punti di vista: Sociale, Economico e Fiscale.

    Per non parlare di quello Costituzionale. Non credo di poter essere accusato di lesa maestà se esprimo la personale opinione che tutto il Titolo III della Costituzione traballa ora in modo vistoso, ivi compresi i principi di libertà della iniziativa economica privata citati nel primo comma dell’art.41 .
    Tutto viene messo infatti in discussione nel momento in cui lo stato, facendo leva sulla fiscalità generale a copertura di sgravi contributivi, va ad influire pesantemente sulla libera concorrenza tra aziende.

    Pensate a due imprenditori in concorrenza fra loro. Supponiamo che ognuno di essi abbia 20 dipendenti per ciascuno dei quali l’imprenditore versa PER LEGGE di 10.000 Euro. I due imprenditori devono sopportare un costo pari a 200.000 Euro

    Supponiamo che uno dei due approfitti del Jobs Act licenziando 10 dipendenti e prendendo 8 neo assunti con sgravio di 8.000 euro. Attenzione: nessuno assicura che questi saranno assunti a tempo indeterminato. Quindi, salvo errori, lo sgravio avviene a fronte di una “possibile assunzione”….

    Vediamo cosa accade: i 10 dipendenti rimasti continuano a costare 10.000 Euro l’anno, mentre i nuovi 8 costano solo 2.000 Euro, visto l’incentivo.
    Il totale fa ora 116.000 Euro, pari ad una riduzione di 84.000 Euro l’anno, pari al 42% !

    Secondo voi,
    quale delle due aziende sarà da ora in poi più competitiva ?
    vi sembra corretto questo modo di porre le aziende l’una contro l’altra ?
    vi sembra corretto consentire sgravi immediati “pronto cassa” a fronte ad una “promessa formale” di assunzione ?

    _____________________________________________
    E POI ….

    cosa farà la prima azienda del nostro esempio per restare sul mercato e non crollare rispetto alla seconda ?
    cosa faranno tutte le altre , a poco a poco ?
    _____________________________________________
    E INFINE….

    vi sembra corretto che tutto questo avvenga attingendo alla fiscalità generale o alle entrate con altri balzelli o tributi per compensare l’ammanco contributivo ?

    non sarebbe stato più corretto riconoscere qualcosa SOLO A PROMESSA MANTENUTA ?
    _____________________________________________
    MA SOPRATTUTTO….

    non sarebbe stato più corretto analizzare il tema del costo del lavoro usando altri strumenti ?

    E’ facile immaginare il depotenziamento dei diritti collegati al lavoro, in aggiunta al diritto stesso al lavoro.

    Ciascun lavoratore a tempo indeterminato potrebbe cominciare a “sentirsi a rischio” in quanto per lui non c’è nessuno sgravio e, quindi, potrebbe arrivare prima o poi, anche per lui, al primo sgarro o alla prima difficoltà personale o alla prima maretta aziendale, l’invito a farsi da parte .

    E chi ci dice che, un domani, non leggeremo sui giornali la notizia che a dei lavoratori è stata fatta la richiesta di versare metà della quota di sgravio per evitare di essere sottoposti a “turn over” ?

    Se la vediamo sotto questo aspetto, siamo di fronte ad un attacco su tutti i fronti e gli scenari che si prospettano appartengono ad un quadro di pericolosa DE-REGOLAMENTAZIONE dei Rapporti di Lavoro.

    Cosa di male abbiamo fatto i lavoratori onesti di questo paese per meritare tutto questo, non lo so.

    Se voi lo sapete, commentate.
    ________________________
    Nel frattempo, ecco la notizia

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/07/24/jobs-act-riecco-i-furbetti-licenziati-e-riassunti-per-gli-incentivi/1897268/

    Licenziati e poi tutti riassunti nel giro di pochi mesi. In modo da beneficiare degli incentivi della legge di stabilità. Uno scenario già visto tra Piacenza e Reggio Emilia ed etichettato dai sindacati come esempio di “furbetti del Jobs act”. E che ora, denuncia la Filt Cgil, si ripete a San Vito al Tagliamento, in provincia di Pordenone, e in altri impianti del nord Italia. “Forse il presidente del Consiglio Matteo Renzi non lo sa, – si legge in un comunicato sindacale – ma il suo bonus alle aziende se ne va in assunzioni di occupati, fatti “disoccupare” e poi riassunti: ma dalla statistica poi arriveranno dati esaltanti per l’occupazione e… per il governo”.
    Teatro della vicenda sono gli stabilimenti di un’azienda bresciana, la Sirap Gema, che produce contenitori per alimenti e materiali isolanti in polistirolo e che il sindacato precisa non essere “direttamente coinvolta” nella querelle. Fin dal 2011, la società aveva affidato la gestione del magazzino a una cooperativa, la Soluzioni Coop di Pavia, che dava lavoro a 59 persone, nove nello stabilimento di San Vito e cinquanta negli altri impianti Sirap, tra Mantova, Arezzo e Brescia. I problemi sono cominciati ad aprile del 2015: la Soluzioni Coop, dichiarando difficoltà economiche, ha aperto le procedure di licenziamento per tutti i lavoratori.
    A questo punto, è entrata in scena una nuova cooperativa, la Mag Solution. Nuova in tutti i sensi: la società è stata costituita il 15 maggio 2015. E le è stato subito affidato l’appalto in precedenza gestito da Soluzioni Coop. Pochi giorni dopo, le due aziende e i sindacati hanno firmato due accordi, sancendo il licenziamento di tutti i lavoratori dalla prima cooperativa e la riassunzione nella seconda. Ma attenzione. L’intesa prevede che ai lavoratori spetti un contratto a tempo determinato della durata di sei mesi, giustificato con la “necessità della cooperativa di valutare le compatibilità economiche dell’ingresso nella gestione dell’appalto”. Una volta terminato questo periodo definito di “sperimentazione”, la società si impegna, “fatte salve condizioni economiche e non prevedibili, alla massima stabilizzazione possibile dei lavoratori”.
    E in questa operazione, denuncia la Filt Cgil di Pordenone, si nasconde il trucco dei “furbetti del Jobs act“. Dal 1 dicembre, infatti, i dipendenti di Mag Solution potranno essere assunti a tempo indeterminato per continuare il lavoro che hanno sempre fatto, semplicemente con un cambio di appalto. Intanto, però, la società potrà beneficiare dell’esonero contributivo previsto dalla legge di Stabilità, che nel caso specifico equivale a circa 1,5 milioni di euro. I sei mesi di “purgatorio” come contratto a termine sono una condizione prevista dalla manovra per accedere agli incentivi. Questa legge, secondo un comunicato sindacale, “sembra essere più un finanziamento occulto alle aziende che un vero incentivo alle assunzioni, assumendo il solito aspetto dopante che non servirà a sollevare le sorti dell’economia e nemmeno dell’occupazione”.
    Così la Filt Cgil friulana ha segnalato l’anomalia all’Inps di Pordenone, alla Direzione provinciale del lavoro e a Unindustria. E ha proceduto alla disdetta dell’accordo, dissociandosi anche dall’operato dei sindacati degli altri territori. La richiesta era l’applicazione, fin da subito, del contratto a tempo indeterminato. “Non ho mai visto utilizzare un contratto a termine per un appalto – sostiene Claudio Petovello, segretario Filt Cgil Pordenone – Una volta finito l’appalto, una società può licenziare i dipendenti senza incorrere in sanzioni. Il tempo determinato non ha senso, se non per avere accesso agli incentivi. Non potevamo firmare, quei 1,5 milioni sono soldi rubati ai cittadini italiani”. Ad alimentare i sospetti del sindacato, anche la recentissima costituzione della società, nata solo due settimane prima di ottenere la commessa. Inoltre la sigla sindacale ha impugnato i licenziamenti attuati da Soluzioni Coop, ritenendoli contrari alla normativa relativa alle cooperative.
    Ma oltre il danno, è arrivata anche la beffa. In seguito alla disdetta dell’accordo, riferisce la Filt Cgil locale, l’azienda ha deciso di non assumere i nove lavoratori operanti nello stabilimento friulano. “Un messaggio chiaro, in linea con i tempi, – afferma un comunicato sindacale – in cui il ricatto occupazionale “consiglia” silenzio e accettazione senza se e senza ma delle condizioni imposte dal datore di lavoro o dalla cooperativa di turno”.
    Insomma, una situazione ad alta tensione che promette di non finire qui. E dire che il ministero del Lavoro è a conoscenza di casi simili e ha già annunciato controlli in questo senso. In una circolare di giugno, il dicastero di Giuliano Poletti ha fornito indicazione alle sedi territoriali di effettuare ispezioni per contrastare “comportamenti elusivi, volti alla precostituzione artificiosa delle condizioni per poter godere del beneficio” previsto dalla legge di Stabilità. Lo schema descritto dalla circolare non sembra molto diverso da quello attuato a San Vito: disdetta dell’appalto, prosecuzione dell’attività con contratto a termine di sei mesi, riassunzione dei lavoratori da parte di una società terza, a volte costituita appositamente. Ora non resta che aspettare di vedere in azione i controlli annunciati.

    Posted by roberto | November 14, 2015, 5:39 pm
    • Xime sono solito ricordare agli amici, il lavoro non lo si crea per decreto. Sebbene non critico nei confronti del Jobs Act, ritengo che non ci si può illudere di rilanciare l’occupazione riformando il mercato del lavoro. Sarò infatti tradizionalista ma io credo che sia la domanda aggregata a spingere l’occupazione. Ecco la necessità di abbinare alla riforma del lavoro anche quella del fisco. Un buon inizio sarebbe quello di tatuare la proposta di Marco Cattaneo circa i Certificati di Credito Fiscale (CCF) che contribuirebbe anche ad abbassare il costo del lavoro e a immettere liquidità in circolo all’economia. Se ricerca CCF su ABC Economics troverà i riferimenti sopracitati. Buona domenica.

      Posted by abceconomics | November 15, 2015, 12:50 pm

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

acquista ABC ITALIA, edizione 2016

Click here to download “Brexit?”, Fugazzi’s new book on the EU Referendum

ABC Economipedia, 2nd edition now out!

London One Radio

PIL – Professionisti Italiani a Londra

%d bloggers like this: