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Idee per l’Italia (meno tasse, meno Stato, più crescita)

Estratto da “La Notizia”, numero di Maggio – Giugno 2016 Anno XII N0 3, pagina 27

a cura di Stefano Fugazzi

È dall’estate del 2011, quella contraddistinta dalla ormai celeberrima lettera inviata dalla Bce all’allora Governo Berlusconi, che seguo l’evolversi della crisi europea. Ancor prima della conversione al “no euro” da parte di alcuni economisti, tra i più tracotanti, che oggi spopolano in rete, ho avuto il coraggio di evidenziare i limiti e l’imperfetto funzionamento dei meccanismi che regolano e governano la moneta unica.

41CROJifjUL._SX351_BO1,204,203,200_Non si può negare l’evidenza. Oggi, l’Unione Europea, di cui l’Eurozona è un “sottoinsieme”, non è un sistema unico ed efficiente, pur facendo affidamento su una buona integrazione con il Mercato Unico e con gli scambi di beni, servizi e persone. L’Ue presenta, però, delle fortissime contraddizioni e differenze nei più svariati settori, all’interno di diversi paesi. Malgrado una sicura gestione della moneta unica e l’indipendenza politica della Bce, è necessario ancora percorrere tantissima strada per completare il processo d’integrazione e di unificazione.

Nell’arco di cinque anni di lavoro, ho avuto modo non solo di esaminare la crisi economica in Grecia e dell’Eurozona, ma ho ricercato anche delle soluzioni. Nel 2013, a pochissimi mesi di distanza dall’approvazione del Fiscal Compact, ho pubblicato “Idee per l’Italia”, un saggio nel quale ho presentato una panoramica esaustiva delle principali proposte in materia di riduzione, e di contenimento, del debito pubblico italiano. In seguito tale attività mi ha portato ad analizzare una serie di proposte volte a rilanciare l’economia italiana ed europea in un contesto di permanenza nella moneta unica.

Dura lex sed lex

Il lettore “no euro” più intransigente potrebbe a questo punto essere in disaccordo con le mie analisi. Mi affido, tuttavia, alla lungimiranza di coloro i quali sono disposti al dialogo e alla ricerca di una soluzione condivisa che non vanifichi decenni di cooperazione europea.

In un mondo ideale, potendo mettere mano ai regolamenti e alle architetture che governano l’Ue, avrei costruito, e costruirei, un’Europa diversa, capace di unire e quindi massimizzare le sinergie e le tante risorse che la contraddistinguono.

Come ho già avuto modo di evidenziare, sarebbe troppo facile “rottamare” l’intera Europa e fare marcia indietro su tutti i fronti. Io ritengo che un cambiamento a 360 gradi sia politicamente irrealizzabile, mera utopia. Coloro che richiedono azioni drastiche e cambiamenti su larga scala, probabilmente ignorano quello che è l’iter burocratico europeo che, nel caso dell’approvazione dei trattati, richiede l’unanimità. È difficile pertanto, pretendere un repentino cambiamento di rotta soprattutto ora che la fase di acuta crisi all’interno della zona euro sembrerebbe essere superata.

Occorre, pertanto, entrare nell’ordine di idee che le leggi e i regolamenti europei, seppur troppo rigidi e talvolta irrealistici, debbano essere, in linea di massima, rispettati. Dura lex sed lex.

Il rapporto debito/Pil al 60%, da Maastricht a Reinhart e Rogoff

Nel 2010 due autorevoli economisti dell’Università di Harvard e del Maryland, Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, hanno pubblicato sulla prestigiosa American Economic Review uno studio intitolato Growth in a time of debt, dimostrando come alti livelli di debito pubblico risultino negativamente correlati con la crescita economica e, in modo particolare, quando il rapporto debito/Pil supera il 90%.

Sebbene Reinhart e Rogoff siano stati molto attenti nel ribadire che i loro risultati non dimostrino l’esistenza di un rapporto causa-effetto tra debito e crescita, molti commentatori e politici hanno voluto vedere nelle loro conclusioni un nesso causale, per poi utilizzare il presunto legame debito-crescita come un argomento a favore delle politiche di austerità.

La discussione sul rapporto tra debito e crescita nelle economie avanzate si è accesa in seguito alla pubblicazione di un articolo di Herndon, Ash, e Pollin  che contesta alcune conclusioni di “Growth in a time of debt”. Secondo gli economisti dell’Università del Massachussetts (UMass), il lavoro di Reinhart e Rogoff sarebbe da invalidare perché viziato da un grossolano errore in Excel. Nel frattempo, però, altri studi (Hoogduin L., Oztturk B., Wierts P., 2011; Legrenzi G.D., Milas C., 2011 dimostrano che quando il rapporto debito pubblico/PIL supera l’85%, l’eccessivo stock di debito rallenta la crescita di almeno un punto percentuale) hanno confermato l’esistenza di una soglia oltre la quale il rapporto debito/Pil inizia ad avere un impatto negativo sulla crescita, una nozione che può risultare plausibile anche per chi non è familiare con le ricerche in ambito accademico ed economico.

A destare clamore non è l’errore in Excel in sé, ma il fatto che ad aver animato l’intero dibattito nella primavera del 2013 sia stata la sola convinzione di voler quantitativamente identificare la soglia target del rapporto debito/Pil, tralasciando una serie di altre valutazioni, anche qualitative, così importanti da poter poi influenzare le conclusioni di questi studi. Nessuno, infatti, ha dato sufficiente importanza ad elementi, come la Storia e la struttura demografica di ciascuna nazione, l’unità monetaria adottata e l’appartenenza o meno ad un’area economica.

L’Europa stessa da Maastricht in poi ha commesso lo stesso errore, stabilendo, anzi, “inventando” un target, quello del rapporto debito/Pil pari al 60%, che molto probabilmente verrà prima o poi ricalibrato dai policy maker del Vecchio Continente.

Ipotizzando in maniera positiva la concezione secondo cui un eccessivo stock di debito dreni risorse all’economia e rallenti la crescita, è importante controllare il rapporto debito/Pil, riducendolo quando inizia a diventare un fardello troppo pesante.

Difficile scendere al 60%, ma occorre comunque ridurre il rapporto debito/Pil

In una mia precedente analisi, basata su dati risalenti al 2013, ho spiegato come anche predisponendo, per ipotesi, la più importante azione di dismissione e privatizzazione di asset mobiliari e immobiliari pubblici al mondo, non si riuscirebbe a portare il rapporto debito/Pil sotto il 90%.

Il conseguimento di questo target è problematico per almeno due motivi. In primis perché si richiederebbe al denominatore, cioè al Pil, di crescere in maniera robusta e costante, un fatto che non si verifica da diversi anni. In seconda istanza perché la riduzione del numeratore, cioè dello stock di debito, richiederebbe azioni così drastiche che andrebbero a toccare gli equilibri, e quindi anche gli interessi, politico-economici dei salotti della politica-finanza nostrana.

A prescindere da quelli che sono i parametri europei e gli standard imposti dal Fiscal Compact, personalmente sono dell’avviso che sia prioritario prendere delle misure mirate al contenimento e alla riduzione del rapporto debito/Pil.  Ero convinto di questa nozione tra il 2012 e il 2013, e lo sono ancora tutt’oggi.

Una parziale soluzione ai problemi che attanagliano la nostra economia consiste nel liberare risorse da destinare in seguito al Paese in varie modalità, anche sotto forma della riduzione del cuneo fiscale che grava su cittadini, aziende e lavoro. (Si faccia riferimento a ‘A.B.C. Italia – Abbiamo Bisogno di Crescita’ per un approfondimento)

Una vera spending review cioè la ri-allocazione delle risorse tra i centri di costo

In primis occorre fare in modo che una volta ridotto il debito non torni a crescere in maniera smodata. Siamo al corrente che il problema principale consista nello stock complessivo del conto per interessi più che nella spesa primaria. Sebbene la spesa primaria sia tutto sommato in linea con la media europea ritengo che l’allocazione delle voci sia lungi dall’essere ottimale. E da qui la necessità di operare una spending review che riveda la distribuzione dei singoli costi più che portare una riduzione complessiva. L’obiettivo sarebbe quello di trasferire risorse, laddove richieste, reperendole dai centri di costi sovradimensionati e superflui.

Si potrebbe considerare l’esempio giapponese, affidando ad un’unità governativa il compito di rianalizzare i singoli centri di costo e conferendo ai cittadini la possibilità di contribuire in prima persona alla revisione dei costi, segnalando sprechi e inefficienze.

Occorre ridurre lo stock di debito, e quindi, il rapporto debito/Pil attraverso una serie di dismissioni di asset mobiliari e immobiliari pubblici. Tralasciando azioni di larga scala di difficile attuazione, si potrebbe tuttavia iniziare ad alleggerire il fardello dismettendo una parte dei beni pubblici disponibili e non strategici, magari attraverso l’emissione di obbligazioni “cum warrant”, e valorizzando il patrimonio artistico attraverso un piano di concessioni e di partnership miste pubblico-privato.

La dismissione di asset non strategici e disponibili mediante l’emissione di obbligazioni “cum warrant”

La proposta descritta di seguito, prevede il trasferimento di una parte del patrimonio immobiliare disponibile, e non strategico, a una società pubblica appositamente costituita. Il fondo si accollerebbe l’onere di emettere obbligazioni “cum warrant”, reperendo liquidità fresca da trasferire al Tesoro senza, tuttavia, collocare immediatamente gli immobili sul mercato. Si userebbe, pertanto, lo strumento delle obbligazioni “cum warrant” per conferire ai possessori la facoltà di acquistare i beni oggetto di dismissione a una data futura tra 5 o 10 anni in base alla tipologia di immobili da opzionare. Gli interessi da corrispondere su base annua corrisponderebbero al più grande tra la variazione percentuale del costo ufficiale della vita e la metà della rivalutazione percentuale dei valori di mercato degli immobili. Ad esempio, se nell’anno 20XX l’inflazione si è attestata al 2,5%, mentre il valore medio degli immobili si è rivalutato del 6%, al titolare dell’obbligazione verrebbe corrisposto un interesse pari al 3% (6% x 0.5).

Un piano di concessioni sul patrimonio artistico italiano

L’Italia possiede il più grande patrimonio artistico e culturale al mondo con oltre 9mila tra monumenti, aree archeologiche, musei e siti UNESCO. Nonostante questa enorme ricchezza, il ritorno economico dei nostri beni culturali è di gran lunga inferiore a quello di Francia, Regno Unito e Stati Uniti. La società di consulenza PwC ha stimato che i siti UNESCO di questi Paesi generino un ritorno commerciale pari a 4, 7 e 16 volte quello italiano.

L’Articolo 9 della nostra Costituzione prevede la valorizzazione e la tutela di questo enorme tesoro (“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”).

Si potrebbe, pertanto, prendere spunto da una proposta avanzata nel 2012 da Rainer Masera, ex ministro del Bilancio e Programmazione Economica del Governo Dini, e Giuseppe Bivona, ex dirigente di Goldman Sachs e Morgan Stanley, nella quale si proponeva di riqualificare il patrimonio storico, artistico e culturale del Bel Paese, avviando un processo virtuoso che preveda l’introduzione dei titoli di proprietà freehold.

La distinzione degli immobili demaniali fra freehold,  il diritto sulla proprietà immobiliare pieno e assoluto, e leasehold, il diritto sulla proprietà immobiliare per un determinato numero di anni che consentirebbe allo Stato, il freehold di realizzare interamente il valore finanziario corrispondente alla vendita tradizionale pur mantenendo i diritti di proprietà sugli immobili e le opere artistiche di valore storico.

L’introduzione dello strumento del leasehold non solo genererebbe un importante ritorno economico, ma darebbe nuovo slancio al turismo italiano, incoraggiando la preservazione di edifici e opere artistiche attraverso la realizzazione di poli museali privati e di percorsi turistici volti a valorizzare i patrimoni architettonici, geografici e culinari.

 

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