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LOI TRAVAIL, CONTINUANO LE PROTESTE CONTRO IL JOBS ACT FRANCESE

A cura di Fabrizio Pomioli (Parigi)

Estratto dal numero di giugno, 7/2016 del Magazine di ABC Economics. Clicca QUI per scaricare il PDF

Non si placa in Francia, dopo ormai quasi tre mesi di intensa mobilitazione, la rivolta contro la legge El Khomri, conosciuta come Loi Travail. Si tratta di un’ampia riforma del codice del lavoro di impianto social-liberale, che va ad intaccare tutele e diritti a cui i francesi sono particolarmente sensibili. I sindacati hanno mobilitato una rivolta sociale contro il governo, occupando ogni sera per diverse settimane la centrale Place de la République a Parigi. Tale protesta è, comunque, estesa a tutta la Francia.

Ad oggi, un 20% delle pompe di benzina è in difficoltà di approvvigionamento, alcune centrali nucleari producono al minimo, e le riserve strategiche nazionali in 4 mesi sono già state colpite.
Il tempo, contrariamente alle aspettative o forse alla scommessa del governo Hollande, non ha attenuato la protesta, che puntualmente si ripresenta a scadenze regolari con nuove manifestazioni, e nuovi scontri di piazza, spesso violenti, al punto che gli stessi poliziotti francesi, ormai provati da mesi di Etat d’urgence antiterrorismo, hanno anche loro organizzato una manifestazione contro l’odio anti-flic, nella stessa piazza dove ogni giorno è accampato il fronte avverso al progetto di legge, battezzato Nuit Debout.

austerity france reform

Foto scattata da ABC Economics

Seppure la riforma affronti temi diversi e complessi, alcuni argomenti alimentano un risentimento diffuso, sia rispetto all’incerto status quo con le presidenziali in prospettiva fra appena 11 mesi, sia rispetto alle promesse che molti giudicano tradite dal governo Hollande su ripresa, occupazione, e l’auspicato nuovo patto sociale fra imprese e lavoratori, di cui però questi ultimi non vedono più nessuna traccia tangibile.

Il progetto di legge presentato in febbraio ha già subito qualche modifica, con l’eliminazione ad esempio della sovrattassa sui contratti a durata determinata.

Le modifiche apportate  hanno invece confermato gli argomenti  più contestati dalla controparte.

Tali argomenti includono le possibilità di deroga agli orari di riposo dal lavoro, i licenziamenti per motivi economici notevolmente semplificati, e soprattutto i due punti chiave dell’intera riforma, la priorità data agli accordi collettivi aziendali rispetto a quelli di settore, ed i famigerati accordi offensivi, ovvero la possibilità per l’azienda di proporre un rimaneggiamento degli orari a salario invariato, motivato da una clausola generica di sviluppo del lavoro, e a cui il lavoratore può opporsi soltanto con le proprie dimissioni o il licenziamento.

La richiesta del voto di fiducia per il passaggio in forza, al momento della prima lettura al Senato, non ha fatto che esacerbare lo scontro ed aumentare il malcontento già abbondantemente rappresentato dai cosiddetti frondisti in seno alla stessa maggioranza e nel partito socialista.
La situazione era e rimane, dunque, quella di un muro contro muro, con Presidente e Primo Ministro fermamente decisi a non cedere, e dall’altra parte uno scontento e una mobilitazione che il fattore tempo sembra non riuscire a smorzare, mentre la maggioranza dell’opinione pubblica sostiene la protesta.

Il calendario parlamentare non sembra giocare a favore del governo. Il 13 giugno il testo sarà sottoposto al voto del Senato, e non arriverà all’Assemblea Nazionale che ad inizio luglio, con sullo sfondo una Francia impegnata sul palcoscenico internazionale dell’euro 2016, colpita da mesi di insicurezza e di Etat d’urgence, con lo spettro di un razionamento del carburante che è ad un passo dal materializzarsi. Il fattore tempo è dunque fondamentale, e questo i sindacati e Nuit Debout lo sanno.

Sarà, quindi, una guerra lunga di resistenza e logoramento, non una battaglia risolvibile in pochi giorni.  Solo un passo indietro del governo potrebbe ribaltare le carte, ma ad oggi tutto questo appare assai improbabile, considerando che in gioco c’è la credibilità politica dell’esecutivo, e forse dell’Europa stessa.

 

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